RAMADAN, SCENE DI ORDINARIA SOTTOMISSIONE IN ITALIA
Le scuole chiuse per la fine del Ramadan, le ragazzine cristiane picchiate perché mangiano e cene dell'amicizia nelle parrocchie... non è questione di religione, ma conquista politica
Autore: Lorenza Formicola - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
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SANTI O MEDIOCRI? LA NECESSITA' DELLA VIRTU' CARDINALE DELLA FORTEZZA
I Santi danno valore soprannaturale alla sofferenza, perché con essa si uniscono più intimamente a Cristo per andare in Paradiso, invece i mediocri si lamentano di essa e si chiedono perché Dio li abbia voluti punire
Autore: Padre Cipriano de Amborosiis - Fonte: Fonte: Il Settimanale di Padre Pio
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HO UCCISO QUEL RAGAZZO PERICOLOSO (CHE ERO IO!)
Il cantante dei Reale racconta come la musica e la fede l'hanno riportato in vita (VIDEO: I Reale si raccontano)
Autore: Fabio Piemonte - Fonte: Sito del Timone
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CINQUE FALSITA' SUI DAZI DI TRUMP + TRE CONSIGLI ALL'EUROPA (CHE I BUROCRATI IGNORERANNO)
Ogni barriera doganale è una tassa nascosta sulla libertà di scelta: ecco perché si deve rispondere con più libertà (VIDEO: Dazi amari)
Autore: Stefano Magni - Fonte: Atlantico
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GIOVANNI DI DIO, COLUI CHE RIVOLUZIONO' L'ASSISTENZA AI MALATI
Il fondatore dei Fatebenefratelli ha portato nel mondo un nuovo modello di attenzione ai malati e ai bisognosi, nel quale ciascuno è assistito con amore, guardando alla totalità della persona, con le sue necessità corporali e spirituali
Autore: Antonio Tarallo - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana
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MESSICO, BARRIERE DI DONNE PER DIFENDERE LE CHIESE DAGLI ASSALTI DELLE FEMMINISTE
Un appuntamento drammaticamente abituale per attacchi vandalici e aggressioni a danno delle chiese cattoliche
Autore: Paola Belletti - Fonte: Sito del Timone
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OMELIA V DOMENICA QUARESIMA - ANNO C (Gv 8,1-11)
Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più
Autore: Don Stefano Bimbi - Fonte: BastaBugie
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RAMADAN, SCENE DI ORDINARIA SOTTOMISSIONE IN ITALIA
Le scuole chiuse per la fine del Ramadan, le ragazzine cristiane picchiate perché mangiano e cene dell'amicizia nelle parrocchie... non è questione di religione, ma conquista politica
Autore: Lorenza Formicola - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 28 marzo 2025
Con il patrocinio di Palazzo Marino nella serata di venerdì 21 marzo, in piazza Duca d'Aosta, davanti alla Stazione Centrale di Milano, lunghissime tavolate e centinaia di musulmani si sono incontrati per l'ifṭār - il pasto con il quale i musulmani interrompono il digiuno durante il mese di Ramadan. Mentre tutt'intorno regnava un religioso silenzio, un imam, con un ottimo impianto audio, ha intonato un solenne canto del muezzin con "Allah Akbar" che è riecheggiato a lungo e poi il via alle danze. In nome della condivisione, certamente, e dell'inclusione, figuriamoci, il piazzale antistante la Stazione Centrale - tristemente noto per essere uno dei principali luoghi di spaccio della città oltre che residenza preferita degli immigrati irregolari -, è stato ripulito in fretta per lasciare spazio all'islam con la benedizione di Sala, dei consiglieri milanesi di Forza Italia e del vicario episcopale dell'arcivescovo di Milano. Chi paga? Consolato del Qatar e sponsor privati. Niente di nuovo, intendiamoci. Del resto, l'ifṭār si festeggia da anni nella cattedrale di Bristol come in quella di Southwark, a Londra. Ma quest'anno, per la prima volta, anche la Camera dei Comuni del Regno Unito ha ospitato un'ifṭār, con la partecipazione del primo ministro Starmer. Come in Francia, appena dopo la riapertura - in seguito all'incendio doloso della chiesa di Saint-Sulpice, la seconda chiesa cattolica più grande di Parigi dopo Notre Dame -, s'è pensato di allestire uno "spazio per la preghiera musulmana". Ma le polemiche hanno imposto di interrompere quella che doveva essere una tradizione. Anche le chiese cattoliche di Lilla festeggiano il Ramadan. A Colonia, Germania, succede che una madre non vuole che la figlia di 9 anni vada in gita scolastica alla grande moschea di Colonia, nel quartiere di Ehrenfeld, per il Ramadan. Allora le arriva direttamente una missiva dalla scuola elementare di Longerich che suona come una minaccia: «se ritira sua figlia dalla gita, non le verrà consentito di partecipare a nessuna delle gite future». Quindi in Germania, se non vuoi mandare tuo figlio alla moschea, vieni punito. Siamo nella stessa Colonia dove la chiesa cattolica di San Teodoro ha finanziato la moschea di Erdoğan in nome di un fantomatico dialogo interreligioso, ma soprattutto asserendo che dall'islam e dagli imam ci sia solo da imparare. Alla scuola Carl Zuckmayer di Berlino tutti gli studenti sono costretti a festeggiare la fine del Ramadan il 28 marzo. «L'incontro è obbligatorio perché le altre lezioni sono annullate», ha scritto la scuola. Lo ha raccontato il padre di uno studente alla Bild, «a scuola non si festeggia né il Natale, né la Pasqua: in Germania non ci sono eventi obbligatori per nessuna delle feste cristiane. Ma i nostri figli devono osservare il Ramadan?».
NON PUOI MANGIARE, C'È IL RAMADAN Nel frattempo, in Italia, a Cremona, sull'autobus di ritorno da scuola, due ragazze, pochi giorni fa, hanno preso a schiaffi una coetanea italiana perché stava mangiando un panino: «Put***a non puoi mangiare, c'è il Ramadan». Quando poi l'autista è intervenuto per difendere la ragazzine, si è preso un paio di schiaffi anche lui, gli hanno rotto gli occhiali ed è finito al pronto soccorso. È il secondo anno consecutivo, che il Ramadan fa chiudere, a Pioltello, la scuola dell'infanzia, primaria e secondaria nel Milanese. Le polemiche che s'inseguono hanno provocato l'indignazione della chiesa cattolica locale. Così i parroci hanno pensato di leggere durante la messa una lettera di solidarietà alla scuola e al preside. La Regione Campania ha deciso, invece, di sfidare il Ministero e dare, da due anni a questa parte, la libertà alle scuole di poter chiudere per il Ramadan. A Soresina, in provincia di Cremona, una scuola lo scorso anno aveva chiesto di evitare il consumo di cibo e bevande in luoghi pubblici all'interno dell'istituto durante le ore di digiuno del Ramadan. «Vi incoraggio a dimostrare sensibilità culturale e religiosa durante il Ramadan e a rispettare l'islam, siate comprensivi. Non fissate verifiche, interrogazioni, uscite o momenti importanti per la didattica», ha scritto il preside dell'istituto Bertesi che conta le classi dalla materna alla secondaria. I desiderata per gli studenti musulmani hanno suscitato non poche perplessità. E così quest'anno sono stati ritirati. A Modena, una studentessa è stata picchiata da tre compagne di classe perché non voleva più indossare il velo. A Bologna, qualche anno fa, sono stati i genitori a rasare a zero una quattordicenne perché non volevano si togliesse il velo e andasse in giro come le compagne di classe. Al Bachelet di Abbiategrasso, hanno organizzato il "laboratorio di hijab" allo scopo di favorire l'integrazione. Per il preside, «sono le ragazze italiane che hanno chiesto alle arabe di sapere come si indossa». A Pordenone, una bambina di 10 anni si è presentata a scuola con il niqab. Alla scuola elementare Parini di Torino, i bambini hanno prima frantumato i due crocifissi trovati nell'aula, e poi li hanno lanciati giù dalla finestra. Si tratta di una scuola che ha la fama di essere multiculturale e, recentemente, è stata invitata al Festival della Pastorale migranti proprio per testimoniare integrazione e accoglienza.
SCENE DI ORDINARIA SOTTOMISSIONE (POLITICA) A Firenze, al Don Milani di Calenzano, i genitori hanno ottenuto l'esonero dalla mensa durante il Ramadan. Sono sempre di più gli istituti fiorentini, già dalle elementari, che vedono genitori avanzare richieste halal per i menu e, in particolare, garanzie per il mese del Ramadan. Al Beato Angelico di Firenze, all'ora di pranzo, i bambini musulmani, per il mese sacro dell'islam hanno il permesso di poter lasciare la scuola. Stessa soluzione è stata presa in una scuola di Trento: gli studenti che osservano il digiuno rituale potranno uscire da scuola durante l'orario della mensa. I bambini in classe leggono la Bibbia, ma anche il Corano. Succede alla scuola elementare di Chiavazza, uno dei quartieri più popolosi di Biella, dove c'è una grande concentrazione di case popolari e di immigrati. Il preside del liceo Chiabrera-Martini di Savona ha chiesto agli studenti di evitare «abiti troppo disinvolti» per non offendere la sensibilità islamica durante il Ramadan. Nel frattempo, in sempre più istituti italiani ci sono proteste per le bambine in aula con il niqab. E se a Bolzano era stata avanzata la proposta, poi ritirata, di cancellare le gite scolastiche durante il Ramadan, sono anni che da Ravenna a Bologna le scuole organizzano gite alla moschea locale. Al Marco Polo di Firenze il preside ha offerto gli studenti un'aula per consentire agli studenti musulmani di raccogliersi in preghiera. A Bellizzi la sesta edizione di ifṭār insieme: il più grande evento della Regione Campania legato al Ramadan. Nelle parrocchie di San Bernardino a Milano, a Cantù, di Renate milanese l'oratorio San Filippo Neri di Romano di Lombardia su iniziativa soprattutto della Comunità di sant'Egidio, si organizzano "cene dell'amicizia" per i musulmani che spezzano il digiuno del Ramadan. Evidentemente qualcosa è rimasta dentro alla Comunità di sant'Egidio quando, nel lontano 2001, invitò a Roma lo spietato Yusuf al Qaradawi, l'imam della Fratellanza Musulmana. Quello che legittimò gli attentati suicidi contro le donne e i bambini di Israele, che, con la fama di "moderato" e "innovatore", difese le primavere arabe, ma sono i dittatori e i terroristi a commemorarlo. A Belluno la diocesi è dal 2018 che organizza la preghiera comune cattolici e musulmani e la cena di rottura del digiuno durante il mese di Ramadan. Quest'anno stessa cena anche per gli islamici nella parrocchia Maria Santissima Madre di Dio a Rovigo. Messaggio per il Ramadan 2025 dalla diocesi di Padova e Torino. Mentre il vicario generale e il viario episcopale per la pastorale e l'evangelizzazione della Diocesi di Carpi si sono recati in visita alle comunità islamiche del territorio per portare loro gli auguri in occasione del Ramadan a nome del vescovo Erio Castellucci e della Chiesa di Carpi. «Che Dio, il Misericordioso, benedica le vostre famiglie e le vostre comunità. Ramadan Karim! Ramadan generoso!», è, invece, il messaggio del vescovo. mons. Prastaro (Asti). Mentre l'arcivescovo di Lecce se ne sta all'ifṭār in piazza con le famiglie musulmane. C'è tutto della dolce conquista islamica d'Europa immaginata da Michel Houellebecq in 'Sottomissione'.
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 28 marzo 2025
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SANTI O MEDIOCRI? LA NECESSITA' DELLA VIRTU' CARDINALE DELLA FORTEZZA
I Santi danno valore soprannaturale alla sofferenza, perché con essa si uniscono più intimamente a Cristo per andare in Paradiso, invece i mediocri si lamentano di essa e si chiedono perché Dio li abbia voluti punire
Autore: Padre Cipriano de Amborosiis - Fonte: Fonte: Il Settimanale di Padre Pio, n° 7 2025
"Viva Cristo Re!". Furono queste le ultime parole pronunciate dal martire messicano, il beato Miguel Pro, accusato ingiustamente e fucilato in odio alla fede il 23 novembre 1927 a soli 36 anni d'età. Nel periodo della persecuzione messicana contro la Chiesa, egli si donò completamente per sostenere i cattolici perseguitati, i poveri, i malati, i moribondi. Svolse clandestinamente il suo ministero di sacerdote, e in un giorno riuscì a distribuire anche 1500 Sante Comunioni. Questo Beato, che agli occhi di tutti sembrava essere sempre felice e ottimista, in realtà nascondeva le lacrime dietro al sorriso e passò nel crogiolo della sofferenza più acuta e della depressione a causa della persecuzione che stava patendo il suo popolo e la sua famiglia. Arrestato, quando si rese conto che gli restavano poche ore di vita, chiese di essere portato sul luogo dell'esecuzione, senza essere bendato né trascinato. Poco prima di ricevere il proiettile in petto, perdonò i suoi assassini e allargò le braccia a forma di croce, tenendo in mano il Rosario. Un anno dopo la morte del Beato, san José Sanchez del Rio, ragazzo messicano di 14 anni, subiva anche lui il martirio in difesa della fede cattolica, dopo atroci torture. Prima di morire, dopo essere stato ripetutamente pugnalato, un soldato gli chiese di lasciare un messaggio per suo padre: «Ditegli che ci rivedremo in Paradiso. Viva Cristo Re! Viva la Madonna di Guadalupe!».
LE ALTERNATIVE SONO DUE La beata Irene Stefani, missionaria in Africa, morta in Kenya nel 1930, era instancabile nel correre tra i malati, nell'amministrare ai moribondi il Battesimo (amministrò il Battesimo a circa tremila anime in punto di morte), nel catechizzare, nel sanare le piaghe dell'anima e del corpo. Tutti questi Santi (e tanti altri ancora) dove trovavano la forza spirituale (e fisica) nell'andare avanti? Nelle nostre vite le sofferenze, i dolori, i travagli e le avversità sono innumerevoli, ed è impossibile che spariscano. Quello che però fa la differenza è come li affrontiamo nel tempo che ci è dato da Dio. Le alternative sono due: possiamo comportarci da eroi o da mediocri. Gli eroi, i Santi, sono coloro che danno valore soprannaturale alla sofferenza, perché vedono in essa un mezzo per unirsi più intimamente a Cristo e per andare in Paradiso; i mediocri invece si lamentano di essa, si chiedono perché Dio li abbia voluti punire mandando quei castighi, arrivano alla disperazione e alla mancanza di abbandono in Dio. La fortezza è perciò quella virtù che fa affrontare senza temerità e timidezza qualunque pericolo per il servizio di Dio e del prossimo. Tra temerità e timidezza c'è una differenza grande quanto il giorno e la notte: la prima ci fa affrontare i pericoli confidando solo nelle nostre forze, la seconda invece non ci dà il coraggio di superare le difficoltà, non facendoci confidare nell'aiuto della grazia.
NÉ TEMERITÀ, NÉ TIMIDEZZA Due eccessi a cui la virtù della fortezza sa ben rispondere in maniera equilibrata. Questa, inoltre, ci fa superare le tentazioni e le difficoltà che provengono da parte del demonio, del mondo e delle passioni. La fortezza fa vincere il rispetto umano, ci dà la forza per affrontare le derisioni, le persecuzioni, la morte e anche il martirio. Integra questa virtù la pazienza, grazie alla quale sopportiamo con animo sereno le tribolazioni permesse da Dio per la nostra santificazione. Nelle Litanie lauretane invochiamo l'Immacolata sotto il titolo di Vergine potente. In effetti, non si può forse considerare la nostra Mamma celeste come l'esempio, per noi più importante, di Colei che ha vissuto integralmente e in maniera eroica la virtù della fortezza? Quante difficoltà ha dovuto affrontare nella sua vita, a partire dalla Nascita di Gesù, la fuga in Egitto, la profezia di Simeone, la Passione e la Crocifissione dell'amato Figlio? Tutto ciò che ha patito Cristo, l'ha sofferto intimamente e interiormente anche Lei. Solo l'Immacolata può veramente insegnarci come si soffra e si offra santamente. Solo Lei può insegnarci la magnanimità, che rende pronti a compiere opere eccelse per il servizio di Dio, la pazienza nel sopportare tutti i mali senza contristarsi, e la perseveranza, che fa proseguire nell'esercizio delle virtù. È a Lei dunque che chiediamo la grazia dell'esercizio perfetto della virtù della fortezza, come i martiri, come i missionari, instancabili nel servizio a Dio, come tutti i Santi che hanno fatto di Dio la loro roccia, il loro sostegno, senza temere le tempeste della vita perché totalmente fidenti in Lui.
Fonte: Fonte: Il Settimanale di Padre Pio, n° 7 2025
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HO UCCISO QUEL RAGAZZO PERICOLOSO (CHE ERO IO!)
Il cantante dei Reale racconta come la musica e la fede l'hanno riportato in vita (VIDEO: I Reale si raccontano)
Autore: Fabio Piemonte - Fonte: Sito del Timone, 17 febbraio 2025
Dio salva anche attraverso la musica e allora la musica diviene strumento fecondo per testimoniare il suo Amore misericordioso. Così è stato per Alessandro Gallo, 44 anni, cantautore dei Reale, che ha dato alle stampe Io non c'entro niente (Effatà 2024, pp. 288) nel quale ripercorre la sua avventura esistenziale. «Ho ucciso un ragazzo. È successo venticinque anni fa e ci ho messo parecchio. Era affascinante, ma dannatamente pericoloso. Un paio di volte è quasi riuscito a togliermi la vita. Quel ragazzo ero io, e se ogni tanto puoi pregare davanti a una lapide con sopra la tua foto, allora ti rendi conto che hai una storia da raccontare», scrivi nel tuo libro. Alessandro, cosa vuoi raccontarci e condividere di quel ragazzo che eri e sulle cui macerie hai poi cominciato a ricostruire la tua vita? «Uscendo dalla comunità Cenacolo, madre Elvira mi ha detto: "Mi raccomando, vai nel mondo ad aumentare la luce e non le tenebre, perché le tenebre il mondo le conosce già". Senza addentrarmi troppo nelle tenebre di un ragazzo che si è perso nella droga, nell'alcol, nella ricerca del successo, tutto quello che ho fatto l'ho fatto per cercare la felicità. Vengo da una famiglia non disagiata, ma da genitori cattolici che mi hanno fatto fare tutto quanto c'era di bene nella Padova degli anni '80, ossia scout, catechismo, Acr, fino ad averne una nausea totale perché mi sembrava che oltre la siepe dell'oratorio fosse tutto più divertente. Ho collegato così la religione a un enorme 'no' e la ricerca ossessionata della felicità mi ha fatto girare le spalle a tutti i valori; solo che appena giri le spalle al bene ti si spalanca l'autostrada del male. Ho cercato la felicità nelle cose che mi sembravano più facili e raggiungibili ma, sbattendo la faccia nella droga, nell'alcol, nel divertimento, nel sesso, poi rimani solo. Io sono stato un ragazzino inquieto, leggermente iperattivo, un po' sopra le righe. Mi è sempre piaciuta l'arte, la musica ma, nella ricerca spasmodica del successo, ho trasformato anche il mio talento in una gabbia di male. Distruggendo ogni rapporto, perché niente era all'altezza delle mie aspettative - una ragazza, una band, un concorso non bastavano -, bruciavo qualsiasi esperienza, fino a fare un incidente gravissimo che è stato una sveglia incredibile che mi ha fatto render conto di esser solo e di aver bisogno d'aiuto. In quel momento la luce, Dio è arrivato mediante la mano tesa gratuita della comunità Cenacolo». Nella comunità Cenacolo di Saluzzo muore l'uomo vecchio e rinasce il nuovo Alessandro anche grazie a suor Elvira. Nel libro scrivi che ella «vedeva dentro, vedeva oltre, vedeva il nostro cuore meglio di noi, sapeva i nostri doni prima di noi. L'amore vero, la preghiera concreta e la relazione continua con noi hanno reso i suoi sensi lucidi al punto da amare la nostra anima oltre le schifezze con cui arrivavamo in comunità. Ci amava come ama Dio. Ci vedeva come ci vede Dio». Chi è dunque madre Elvira per te? «Era la libertà con le gambe. Erano due occhi che, senza dire una parola, ti sapevano muovere le viscere. Una trasparenza, una verità assoluta, che ha saputo lasciarsi guardare dallo Spirito fino a sparire nella fiducia alla Provvidenza. È stata gli abbracci, la mano, gli occhi, ma anche le sberle di Dio, per farmi riprendere in mano la mia vita. Lo è stata e lo è ancora oggi per migliaia di ragazzi favorendo un incontro molto concreto con Dio». Così hai «ricominciato da zero attraversando la porta del cielo», come recita una tua canzone. «Madre Elvira ha esercitato un fascino incredibile sulla mia sete di felicità. I suoi occhi raccontavano una libertà che non avevo mai incontrato in nessuno. Paradossalmente ero scappato dalle suore alle elementari e questa fame di orizzonte nuovo l'ho trovata proprio in una suora che stava dando la sua vita per me in quel momento. Per quanto gli orari della Comunità fossero scanditi dalla preghiera, sono stato affascinato dal modo in cui la fede non rimaneva nelle preghiere ma si calava nella relazione, aiutandoci a incarnare il Vangelo nella quotidianità. Ho scoperto che il mio cuore ribelle aveva bisogno di una vera 'ribellione', quella del Vangelo, di Cristo che ha sconvolto e continua a sovvertire i piani di tutti. Questa è stata la terapia più grande che ha aiutato le mie abitudini a guarire. La dipendenza fisica dalle sostanze è l'ultimo dei problemi; la cosa più difficile è cambiare la tua attitudine al bene e aver davvero voglia di essere persone buone, migliori, utili al mondo. Ciò è avvenuto attraverso le relazioni, il lavoro, la riscoperta dei talenti. Madre Elvira ha visto prima di me i miei doni, ha cominciato a farmi scrivere canzoni per i momenti liturgici e le feste delle comunità e di lì ho visto la mia relazione con Dio crescere anche nella musica che vedevo nascere da me». Nella comunità Cenacolo incontri anche Francesca che poi diventerà tua moglie, la madre dei tuoi due figli - Samuele e Gioia - e la voce, insieme a te, dei Reale. Di lei scrivi: «Si è fidata del "noi" anche quando non si fidava di me. Si è fidata di Dio anche quando io non mi fidavo più. Si è fidata quando ha dovuto lavorare per tutti e due mentre io provavo a fare il musicista vero». «È stato un dono incontrare l'amore della mia vita nella comunità e fare con lei un percorso simile, per cui oggi ci capiamo al volo. Ci siamo conosciuti nel coro della comunità e abbiamo vissuto un fidanzamento lungo, temprato nel fuoco, una nuova verginità alla luce di un cammino di fede insieme a persone che ci hanno voluto e ci vogliono bene. È bello vedere come da due rami secchi il Signore abbia saputo far germogliare delle foglioline visibili nei nostri figli e invisibili in quanto cerchiamo di seminare attraverso la nostra missione». Da 'Re Ale' - in cui protagonista è il tuo ego da cantautore, a Reale, dove l'evocazione è piuttosto alla concretezza della realtà nelle cui pieghe riconoscere i segni della presenza di Dio. Hai deciso che avresti fatto il cantante dopo aver visto il Live at Wembley dei Queen, ma coniugare rock e Vangelo attraverso la Christian Music non è una sfida un po' azzardata? «In verità la Christian Music come etichetta comincia a starmi un po' stretta. Di fatto ogni artista parla di ciò che ritiene importante, dall'amore, alla politica, alla natura. Per me è importante Dio; che ogni uomo trovi nel cammino di fede quella pace interiore per poter essere utile al mondo e costruire un mondo di pace. Per me la preghiera è importante, quindi la metto in musica. Forse ogni tanto è urlata, ma almeno urliamo cose sane rispetto alle schifezze gridate o dette anche in modo raffinato che passano per radio oggi». A quale canzone sei più legato? «"Ogni mia scelta" perché è una canzone molto semplice che tocca solo due corde della chitarra. Però lo Spirito ha ispirato una melodia unita a parole sempre attuali: "Affido a Te, eterno Padre, ogni mia scelta, decisione, ogni mia idea". Ogni uomo sulla terra fa i conti periodicamente con questo dover ricominciare». Il vostro tour ha fatto recentemente tappa anche a New York «per dire a tutti che esiste il vero Re», come scrivi in un tuo pezzo. Nel 2015 avete partecipato all'Happening degli oratori con papa Francesco. Quale la più grande soddisfazione sul piano professionale finora raggiunta e quali i progetti futuri sui palchi del mondo per raccontare ai giovani in musica le meraviglie di Dio? «L'Asking for faith tour nel 2023, il nostro primo tour mondiale, ci ha portati a Fortaleza davanti a 200.000 persone e a Lisbona davanti a un milione e mezzo di persone, toccando anche altre città come Londra, New York, Norimberga, Medjugorje. Soprattutto in Brasile ho fatto duetti con cantanti molto famosi. Ora saremo coinvolti negli eventi del Giubileo degli adolescenti e dei giovani, rispettivamente il 26 aprile e il 3 agosto a Tor Vergata. Stiamo lavorando alla seconda edizione dell'Asking for faith tour nel 2026, nel quale speriamo di poter arrivare anche in Africa e Asia». Ogni mattina prendi una boccata d'ossigeno davanti al Santissimo Sacramento, che definisci «una finestra che fa corrente tra il paradiso e la terra». Quanto è importante la vita spirituale per i Reale? «È fondamentale. Certo ognuno è libero di vivere il proprio cammino di fede nell'intensità che vuole; c'è anche chi fra di noi si tiene stretti i suoi dubbi. Recitiamo il Rosario insieme ogni due settimane; ci incontriamo spesso e in ogni riunione c'è un momento di preghiera. Sul piano personale non potrei vivere senza la mezz'ora di adorazione eucaristica giornaliera. La vita spirituale è il nostro tarlo e la nostra salvezza; senza non ci sarebbe la profondità e non avremmo neanche cose da dire».
VIDEO 1: I Reale si raccontano (durata: 10 minuti)
https://www.youtube.com/watch?v=jVdJz3B7htY
VIDEO 2: Sono figlio di un Re (durata: 4 minuti)
https://www.youtube.com/watch?v=KzYGzD4r3f0
VIDEO 3: Alla Porta del Cielo (durata: 5 minuti)
https://www.youtube.com/watch?v=fR8C4a-HzXo
Fonte: Sito del Timone, 17 febbraio 2025
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CINQUE FALSITA' SUI DAZI DI TRUMP + TRE CONSIGLI ALL'EUROPA (CHE I BUROCRATI IGNORERANNO)
Ogni barriera doganale è una tassa nascosta sulla libertà di scelta: ecco perché si deve rispondere con più libertà (VIDEO: Dazi amari)
Autore: Stefano Magni - Fonte: Atlantico, 18 Marzo 2025
Non si fa neanche in tempo a distrarsi pochi secondi che il mondo cambia. Oggi abbiamo politici della sinistra post-comunista che citano tesi di Adam Smith contro il protezionismo. E il partito che un tempo fu liberista e rappresentante degli imprenditori del nord che invece tifa per i dazi di Trump. In mezzo a questa confusione stordente, il dibattito sui dazi americani e sulle inevitabili rappresaglie dell'Ue è tutto meno che facile da affrontare. Ma è meglio, prima, sgomberare il campo da alcune mistificazioni.
MISTIFICAZIONE 1: I DAZI E LE BORSE NON SONO SEMPRE COLLEGATI Mistificazione numero uno: non è affatto detto che i dazi provochino subito un effetto sulle borse. Chi spiega il tracollo della borsa americana, spesso, fa troppa confusione fra cause politiche e cause economiche. La spiegazione politica è la più semplice (metto i dazi, quindi crolla la borsa) e però può essere sbagliata, perché a questo punto non si spiega il continuo alternarsi di euforia e panico, per altro sempre più frequenti, anche slegati da eventi politici e dalla stessa "economia reale" (quella non finanziaria). Come spiega bene l'economista Maurizio Milano, durante la recessione da Covid le borse erano euforiche. Quindi il crollo dei titoli in borsa può avere altre cause, soprattutto legate alla liquidità circolante. E la liquidità circolante è una scelta tecnica (o politica) delle banche centrali.
MISTIFICAZIONE 2: INFLAZIONE NON AUTOMATICA Mistificazione numero due: i dazi provocano inflazione. Non è detto. Non subito, non automaticamente. L'inflazione dipende da molti altri fattori, prevalentemente all'attività delle banche centrali e dello Stato. Se lo Stato aumenta la spesa pubblica e la banca centrale pompa liquidità sul mercato, abbiamo più inflazione, che è un fenomeno eminentemente monetario. I dazi sono aumentati nel corso della prima amministrazione Trump, ma non hanno provocato inflazione (prima della pandemia di Covid).
MISTIFICAZIONE 3: I DAZI NON GARANTISCONO PIÙ GETTITO FISCALE Mistificazione numero tre: i dazi portano più soldi nelle casse di Stato. Questo è un argomento che viene spesso usato da chi è a favore dell'aumento delle tariffe, incluso Trump. Ma non è automatico: più tariffe scoraggiano le esportazioni. Quindi, essendoci meno merci e servizi da tassare alla dogana, il gettito può addirittura diminuire. Insomma, meglio non far conto sui dazi per compensare una riduzione delle imposte dirette e indirette sui propri cittadini, perché i conti potrebbero non tornare.
MISTIFICAZIONE 4: PROTEZIONISMO NON VUOL DIRE EFFICIENZA Mistificazione numero quattro: i dazi servono all'industria nazionale. Nella seconda metà dell'Ottocento la corsa al protezionismo è stata condotta da nazioni che si stavano rapidamente industrializzando, ciascuna intenta a proteggere i propri produttori nazionali. Ma a parte qualche pericoloso effetto collaterale (la Guerra Civile Americana e poi la stessa Prima Guerra Mondiale), la corsa al protezionismo non garantisce affatto una maggior efficienza. Protegge produttori esclusivamente perché sono miei connazionali, non perché siano i migliori e sicuramente non perché servano meglio la domanda interna, cioè quel che i consumatori chiedono. Può addirittura produrre una selezione al ribasso, perché protegge i capitalisti consociativi con più entrature politiche, privandoli di una stimolante concorrenza.
LA PIÙ GRANDE MISTIFICAZIONE Fatta piazza pulita di questi giudizi affrettati, serve demolire la più grande delle mistificazioni: che i dazi o il libero mercato facciano bene o male al "Paese", inteso come Stato, o come gruppo di Stati (nel caso dell'Ue), o blocco geopolitico. Ma si dimentica che non è lo Stato l'attore del mercato, bensì l'individuo. Un mercato è uno scambio fra individui. Sempre. Ed è un gioco a somma positiva: rinuncio a quel che mi interessa meno per ottenere quel che mi interessa di più, l'uno guadagna soldi, l'altro guadagna beni o servizi che gli servono. Quando lo Stato si intromette, anche se crede di farlo per il bene dei suoi cittadini, trucca il gioco e fa perdere (soldi o merci) a chi potrebbe o vorrebbe scambiare liberamente. In teoria i dazi servono allo Stato per condurre le sue guerre economiche, nella pratica sono sempre e solo tasse imposte ai consumatori. Se, per esempio, impongo dazi del 200 per cento sui vini italiani, sto costringendo un consumatore americano a pagare una bottiglia di lambrusco il 200 per cento in più di quel che l'avrebbe pagata sino a ieri. Questa politica serve a costringere gli americani a scegliere il vino della California piuttosto che quello dell'Emilia Romagna, ma sto comunque costringendo un consumatore, con misure politiche coercitive, a privarsi di una libera scelta. I prodotti tipici, come formaggi e vini caratteristici delle nostre filiere agro-alimentari, sono quelli che fanno più notizia, ma tutto sommato sono quelli che hanno un impatto inferiore sulle scelte e sulla vita dei consumatori. Dazi su quei prodotti costringono i consumatori a orientarsi su prodotti simili e i veri appassionati a spendere quattro volte tanto. Mentre obbligano i produttori (come se non avessero già abbastanza difficoltà) a cercare altri mercati in cui vendere a prezzi non così distorti dallo Stato di destinazione. Ma proviamo a pensare alla fabbrica che non può più permettersi di comprare acciaio e alluminio. O alle industrie tecnologiche che non possono più permettersi chip e semi-conduttori. Per non parlare dell'economia dei servizi, basati sulle conoscenze che sono, per definizione, diffuse e disperse. In un mondo globalizzato dove (finalmente!) si era arrivati a una vera divisione del lavoro ben distribuita in tutto il pianeta, è difficile pensare di tornare alla rigidità industriale ottocentesca, dove tutto, dall'inizio alla fine, doveva essere prodotto entro i confini del proprio Stato. Se ai dazi di Trump, l'Ue risponderà a sua volta con altri dazi, la tragedia verrebbe raddoppiata. Consumatori americani verrebbero colpiti dai dazi Usa, consumatori europei verrebbero colpiti dai dazi di rappresaglia dell'Ue. E allora che fare? Giusto qualche consiglio, ovviamente non richiesto.
COSA FARE? Primo: aprire ai produttori e ai consumatori europei nuovi mercati. Basta fare i choosy su agricoltura e paure ambientaliste, apriamo il mercato Ue al Mercosur, per accedere all'enorme mercato dell'America Latina. Basta cincischiare con l'India sull'agricoltura (tanto non la convinceremo mai ad aprire il suo mercato agricolo), facciamo un accordo di libero mercato Ue-India su tutte le altre merci e servizi. L'India, da sola, ha tre volte tanto la popolazione europea, un mercato di sbocco immenso. Questo giusto considerando due accordi i cui negoziati sono già in corso ed escludendo anche l'ipotesi, pericolosa, di riaprire alla Cina. Che non chiede solo i soldi, ma anche l'anima, cioè l'influenza politica. Secondo: fare dell'Europa un paradiso fiscale. Prima di tutto incentivando gli Stati membri a detassare le imprese che sono più colpite dai dazi americani. Se Trump rovina loro il mercato, imponendo delle tariffe, è inutile aggiungere anche le nostre tasse nazionali. Poi, permettendo a ogni Paese di fare come l'Irlanda, cioè di imporre poche o nessuna imposta sulle multinazionali che vogliono aprire sedi e stabilimenti sul tuo territorio, in modo che producano e diano lavoro qui, da questa parte dell'Oceano. Se l'Ue vuole reggere la competizione con gli Usa di Trump deve, prima di tutto, smettere di essere punitiva con chi, come l'Irlanda appunto, attira imprenditori con tassazioni più basse. Terzo: aprire il mercato al Regno Unito e risolvere tutti i contenziosi (molto spesso solo di principio e inutili sul piano pratico) che si sono aperti dalla Brexit in poi. Una grande area di libero scambio con il Regno Unito serve anche a riunificare l'Europa, al di là delle strette maglie dell'Ue. Insomma, ai dazi, che sono tasse sui consumatori, oltre che una forma subdola di proibizionismo, si deve rispondere con più libertà. Ma non c'è da aspettarselo, almeno non da questa classe dirigente europea.
VIDEO: Dazi amari(Durata: 40 minuti) L'autore di questo articolo, Stefano Magni, intervista l'economista Maurizio Milano.
https://www.youtube.com/watch?v=gsDnEAE-CI0
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Fonte: Atlantico, 18 Marzo 2025
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GIOVANNI DI DIO, COLUI CHE RIVOLUZIONO' L'ASSISTENZA AI MALATI
Il fondatore dei Fatebenefratelli ha portato nel mondo un nuovo modello di attenzione ai malati e ai bisognosi, nel quale ciascuno è assistito con amore, guardando alla totalità della persona, con le sue necessità corporali e spirituali
Autore: Antonio Tarallo - Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 8 marzo 2025
Un folle della carità. Un amore, il suo, riflesso del grande Amore di Dio per l'umanità. Una mano aiuta un'altra mano, un cuore soffre per un altro cuore sofferente: è questa la sintesi estrema della biografia di san Giovanni di Dio, del quale oggi ricorre la memoria liturgica. La sua figura affascinerà persino Lope de Vega, il famoso drammaturgo spagnolo che scriverà un'opera in versi su di lui. Ma la follia di cui stiamo parlando denota caratteri, in senso buono, rivoluzionari. Qual è stata la "rivoluzione", la novità che san Giovanni di Dio ha portato nel mondo? Fondatore dell'Ordine ospedaliero che reca il suo nome, detto anche dei Fatebenefratelli, il santo spagnolo di origini portoghesi ci ha lasciato un nuovo modello di attenzione al malato e al bisognoso. Un modello nel quale ogni uomo è accolto e assistito con amore. Un termine, soprattutto, ha fatto la differenza rispetto ad altri sistemi di accoglienza - contemporanei a san Giovanni di Dio - degli ammalati: "totalità", matrice e motore di radicali novità nel sistema assistenziale dell'epoca. L'assistenza pastorale e sanitaria, per lui, partiva da Cristo, unica origine di salute e salvezza. E l'accompagnamento spirituale degli ammalati e dei bisognosi, dei loro familiari e dei collaboratori, era parte integrante della sua missione ospedaliera. Francisco de Castro, suo primo biografo, scrive che san Giovanni di Dio «si occupava tutto il giorno in diverse opere di carità, e la sera, quando tornava a casa, per quanto stanco fosse, non si ritirava mai senza aver prima visitato tutti gli infermi, uno per uno, e chiesto loro com'era andata la giornata, come stavano e di che cosa avevano bisogno, e con parole molto amorevoli li confortava spiritualmente e corporalmente». Duplice impegno, duplice visione: spiritualmente e corporalmente. Queste due parole dicono tutto della sua visione di assistenza medica.
GUARDARE A OGNI SINGOLA PERSONA In san Giovanni di Dio, "ospitalità" non voleva dire solamente accogliere gli ammalati, ma era guardare a ogni singola persona, con il proprio bisogno: un "sistema sanitario" (così lo definiremmo oggi) attento all'individualità del singolo. Lo stile che aveva san Giovanni di Dio nella gestione delle sue opere è possibile trovarlo descritto in tante testimonianze. Come ad esempio questa: «Comprò letti ed accolse i poveri e mise infermieri che potessero accudirli e un cappellano che li confessava e amministrava i sacramenti». I confratelli che lo aiutavano nell'opera assistenziale «curavano e davano loro tutto il necessario, come medici, medicinali e tutto il necessario» (in José Sánchez Martínez O.H., Kénôsis-diakonía en el itinerario espiritual de San Juan de Dios, Fundación Juan Ciudad, Madrid, 1995). Uomo soprattutto del fare, Giovanni non ci ha lasciato molti scritti se non una raccolta di sei lettere indirizzate a Luigi Battista, al nobile Gutierre Lasso e alla Duchessa di Sessa. Il santo era loro direttore spirituale. Tra confidenze personali e insegnamenti evangelici, in queste pagine dallo stile semplice e diretto, troviamo la sua visione di assistenza ai malati, moderna e pragmatica, senza mai però trascurare l'aspetto spirituale che per lui ricopriva il primo posto. Colpisce l'incipit, uguale per tutte le lettere: «Nel nome di nostro Signore Gesù Cristo e di nostra Signora la Vergine Maria sempre intatta; Dio prima di tutto e sopra tutte le cose del mondo». Dio, prima di tutto, e la Sua Santa Madre, la Vergine Maria: per il santo, tutto deve iniziare da questo pensiero. Altro punto in comune delle lettere, il poco tempo che san Giovanni di Dio può riservare alla scrittura di queste, perché totalmente assorbito nelle opere di carità: «Scrivo questa lettera in fretta per spedirla subito, e ho tanta premura che quasi non ho tempo di raccomandare la cosa a Dio; ed è necessario raccomandarla molto a nostro Signore Gesù Cristo e con più tempo di quanto io ne abbia». In una lettera indirizzata a Gutierre Lasso ci lascia una fotografia della sua prima casa d'accoglienza a Granada: «Essendo questa una casa per tutti, vi si ricevono indistintamente persone affette da ogni malattia e gente d'ogni tipo, sicché vi sono degli storpi, dei monchi, dei lebbrosi, dei muti, dei matti, dei paralitici, dei tignosi e altri molto vecchi e molti bambini; senza poi contare molti altri pellegrini e viandanti che vengono qui e ai quali si danno il fuoco, l'acqua, il sale e i recipienti per cucinare il cibo da mangiare. Per tutto questo non vi è rendita alcuna, ma Gesù Cristo provvede a tutto».
FATEBENEFRATELLI Strumenti di questa Provvidenza furono molte volte proprio Lasso e la Duchessa di Sessa: il santo sa bene che per portare avanti l'opera di assistenza agli ammalati e ai bisognosi vi sono delle necessità materiali. In una lettera alla Duchessa di Sessa, ad esempio, troviamo scritto: «Gesù Cristo vi ricompensi in cielo dell'elemosina e della santa carità che sempre mi avete elargita». E ancora: «L'anello (scrive riguardo ad un anello donato dalla duchessa, ndr) è stato utilizzato così bene che, col denaro ricavato, ho vestito due poveri piagati e ho comprato anche una coperta». Tutto questo lavoro per il Signore e per i bisognosi non è andato sepolto con la morte del santo spagnolo († 8 marzo 1550), che tra l'altro non lasciò nessuna Regola scritta all'Ordine ospedaliero. Ma l'organizzazione era già chiara. Ne sono testimonianza queste righe del suo primo biografo, il già citato Francisco de Castro: «In questa casa di Granata ordinariamente vi sono da diciotto a venti fratelli. Alcuni di essi lavorano nelle infermerie assistendo i poveri, altri nei vari uffici della casa. Altri, invece, vanno a chiedere elemosina per la città, ripartita in parrocchie, chiedendo ciascuno nella propria. Altri vanno fuori per le campagne e i paesi a chiedere grano, orzo, formaggio, olio, uva passa, e le altre cose necessarie alla vita». Si presenta, dunque, nuovamente agli occhi di noi contemporanei un fatto preciso: l'eredità della moderna concezione ospedaliera di san Giovanni di Dio è nell'aver formato, con il suo esempio, i suoi confratelli. Un'eredità che ancora oggi perdura grazie alla presenza dei religiosi dell'Ordine e a quella degli operatori sanitari appartenenti alle strutture ospedaliere dei Fatebenefratelli che, con amore e dedizione, prestano la loro opera nel mondo.
Nota di BastaBugie:Ermes Dovico nell'articolo seguente dal titolo "La carità di san Giovanni di Dio verso le prostitute" ricorda che l'8 marzo è la festa del fondatore dei Fatebenefratelli. Oltre a prendersi cura di poveri e malati, liberò molte prostitute dagli sfruttatori, puntando al loro recupero integrale e quindi alla loro salvezza eterna. Ecco l'articolo completo pubblicato su La Nuova Bussola Quotidiana l' 8 marzo 2025: Il fondatore dei Fatebenefratelli, san Giovanni di Dio (1495 - 8 marzo 1550), è conosciuto soprattutto come patrono dei malati, degli ospedali e degli infermieri. Patronati evidentemente di estrema importanza, che condivide con un altro grande santo: l'italiano Camillo de Lellis (25 maggio 1550 - 14 luglio 1614), fondatore dei Ministri degli Infermi (comunemente detti Camilliani), nato appena due mesi e mezzo dopo la morte di Giovanni, come in una singolare e provvidenziale "successione" nella Chiesa universale. Non si dirà mai abbastanza della carità che san Giovanni di Dio (come anche san Camillo) esercitò verso i malati: non solo la Chiesa ma il mondo intero ha bisogno che si diffonda la conoscenza del suo esempio, tanto più in un'epoca come la nostra in cui si sta propagando una mentalità utilitaristica che dimentica che il malato è una persona umana, unione di corpo e anima. Da trattare e amare come faceva il nostro santo: come se avesse davanti Gesù in persona. Ma qui vogliamo soffermarci su un altro aspetto importante, eppure poco conosciuto, della vita di san Giovanni di Dio: la sua carità verso le prostitute. Molte furono coloro che il santo strappò dalle mani del demonio, conducendole a quelle del Signore. Basti leggere quanto riferisce il suo primo biografo, Francisco de Castro, sacerdote e rettore dell'Ospedale di Granada, che scrisse la vita del santo a una trentina d'anni dalla sua morte. Per amore di Gesù e della Passione che ha sofferto per noi, Giovanni - a un certo punto del suo apostolato a Granada - prese l'abitudine di andare, ogni venerdì, nei postriboli della città, con il fine di aiutare qualche prostituta a salvarsi l'anima. Abitualmente, appena entrato nel bordello, si rivolgeva alla donna che gli sembrava più lontana da Dio e le chiedeva solo di ascoltarlo, promettendole che le avrebbe dato anche più degli altri clienti. Quindi, riferisce il Castro, «la faceva sedere ed egli si inginocchiava per terra dinanzi a un piccolo crocifisso che portava con sé a tale scopo; ed ivi cominciava ad accusarsi dei propri peccati e, piangendo amaramente, ne chiedeva perdono a nostro Signore, con tanto affetto, che anche in essa suscitava contrizione e dolore delle sue colpe. E così, con questo accorgimento, attirava la sua attenzione ad ascoltarlo e cominciava a narrare la passione di nostro Signore Gesù Cristo, con tanta devozione, che la commuoveva fino a farle versare lacrime». Poi, sempre ispirato da Dio, le ricordava le realtà eterne - il Paradiso per i giusti, l'Inferno per i peccatori impenitenti - e la esortava alla conversione. Se alcune, indurite nel cuore, finivano per non dargli retta, diverse altre manifestavano il proprio pentimento. Ma al tempo stesso, di solito, gli facevano presente un ostacolo che sembrava insormontabile: l'impegno con il magnaccia. Un ostacolo che Giovanni sapeva bene di poter superare, con l'aiuto della Provvidenza. Perciò, appena vedeva che c'era qualcuna ben intenzionata ad abbandonare la prostituzione, si recava subito da qualche signora benestante per chiederle di aiutarlo a riscattare quell'anima. Le rare volte che non riusciva a raccogliere i fondi necessari, lasciava una ricevuta al magnaccia di turno, con cui si impegnava a pagare il 'debito' della donna che sottraeva al suo sfruttamento. Quindi, conduceva l'ormai ex prostituta nell'ospedale da lui fondato e la impiegava per un certo tempo nell'infermeria, dove c'erano in cura altre donne che avevano persistito nella prostituzione e che, a motivo di ciò, si ritrovavano in condizioni di salute pietose: «Alcune, infatti, avevano la testa imputridita, dalla quale si dovevano staccare pezzi di ossa, ed altre avevano imputridite altre parti del corpo», scrive il biografo. In quel tempo che le ex prostitute, ormai liberate, passavano in ospedale, Giovanni cercava di capire quale fosse la loro vocazione. Quando vedeva donne che desideravano fare una vita ritirata, servendo il Signore con la preghiera e la penitenza, le indirizzava in monastero. Ad altre, la maggior parte, che «egli vedeva inclinate al matrimonio, cercava dote e marito, e le faceva sposare»; e non erano poche, visto che lo stesso Castro riferisce ancora che Giovanni di Dio «la prima volta che si recò alla Corte con l'elemosina ivi raccolta, ne udì in matrimonio sedici in una sola volta, come ancora oggi [la biografia fu scritta intorno al 1582 e pubblicata un paio di anni più tardi, ndr] testimoniano alcune di esse che sono vedove ed hanno vissuto e vivono onestamente e castamente». Giovanni si preoccupava dunque del recupero integrale della persona, aiutandola sia nelle sue necessità spirituali che in quelle corporali. Alla base di tutto c'era il suo amore per Dio - nutrito nell'orazione, le rinunce, i sacramenti - e il desiderio di condurre a Lui le anime, riscattate da Gesù a prezzo del Suo sangue. Questa sua opera di carità verso le prostitute gli costò particolari mortificazioni. Quando riusciva a liberarne qualcuna, capitava che altre, ostinate a rimanere nel bordello, gridassero contro di lui e lo insultassero, dicendogli che aveva cattive intenzioni. Ma lui sopportava tutto con molta pazienza e umiltà, accettando quelle offese gratuite in sconto dei suoi stessi peccati, in vista del premio eterno. San Giovanni di Dio applicava così, coerentemente, quanto consigliava agli altri, come testimonia anche la sua lettera a Battista, in cui tra l'altro scriveva: «Ricordatevi di nostro Signore Gesù Cristo e della sua benedetta Passione, che restituì, per il male che gli facevano, il bene: così dovete fare voi».
Fonte: La Nuova Bussola Quotidiana, 8 marzo 2025
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MESSICO, BARRIERE DI DONNE PER DIFENDERE LE CHIESE DAGLI ASSALTI DELLE FEMMINISTE
Un appuntamento drammaticamente abituale per attacchi vandalici e aggressioni a danno delle chiese cattoliche
Autore: Paola Belletti - Fonte: Sito del Timone, 14 marzo 2025
L'8 marzo in America latina era diventato un appuntamento drammaticamente abituale per attacchi vandalici e aggressioni a danno delle chiese cattoliche. Autori degli atti tanto gravi e per giunta non inediti? Delle donne. In un precipizio ideologico che ha fatto dell'aborto il simbolo, la vetta e la sintesi della liberazione delle donne secondo certo femminismo, si legge su Lifesitenews, «le femministe di tutta l'America Latina hanno ormai fatto della tradizione di scatenare rabbia e odio contro le chiese cattoliche in occasione della Giornata internazionale della donna, vandalizzandone i santuari e in alcuni casi attaccando violentemente le infrastrutture. Qualche anno fa, gli agenti di polizia che sorvegliavano una chiesa cattolica a Salta, in Argentina, sono stati picchiati da una folla femminista e uno è stato portato in una clinica sanitaria d'urgenza per le cure, secondo Radio Station Cadena 3». Sabato scorso, però, in Messico altre donne hanno messo in atto una robusta e pacifica difesa delle chiese, per difenderle dagli assalti violenti delle femministe. A Guadalajara, come documentano alcuni video, si vede una catena di donne che, tenendosi per mano intorno al perimetro dell'edificio sacro, forma una barriera umana per impedire che le intenzioni degli aggressori, anzi visto che il femminile in questo caso esiste è il caso di specificare: delle aggreditrici, arrivassero al loro malevole fine. «Sia la chiesa di Nostra Signora del Carmen che la cattedrale metropolitana erano protette da barriere umane, ha riportato il quotidiano messicano locale. (...) Le dimostranti femministe che hanno marciato sabato portavano cartelli con la scritta "Il mio corpo, la mia scelta", ma quest'anno El Occidental non ha segnalato episodi di violenza o vandalismo». Solo due anni fa, sempre alla stessa data che dovrebbe essere occasione condivisa di promozione per una vera emancipazione della donna, il Messico era stato il paese dell'America latina che aveva registrato il maggior numero degli episodi di violenza. Come riporta un articolo di Nca all'epoca dei fatti «nella capitale del paese, Città del Messico, i manifestanti hanno attaccato la cattedrale metropolitana situata in Constitution Plaza. Di fronte alle recinzioni che proteggono la chiesa, hanno optato per abbattere un semaforo lì vicino. Nelle immagini condivise dai media locali, si vedono diverse donne colpire parte della recinzione nel tentativo di distruggerla, mentre la polizia cerca di disperderle sparando gas lacrimogeni». Fatti simili erano avvenuti anche a Puebla, città a sud est della capitale, dove le femministe hanno cercato di distruggere le statue degli angeli di fronte alla cattedrale. Stessa sorte per Mérida dove gli gruppi femministi hanno imbrattato i muri della cattedrale di sant'Ildefonso dello Yucatán: uno dei graffiti recitava a grandi caratteri il messaggio "Abort the Church", Abortire la Chiesa. L'elenco non si esaurisce qui, altri assalti hanno colpito la polizia e i fedeli che proteggevano la chiesa di El Beaterio a Xalapa e tra gli slogan urlati e ripetuti c'erano "Togliete i vostri rosari dalle nostre ovaie" e "Morte ai pro-life". Tutti atti emblematici del pacifismo e della tolleranza che contraddistinguono il femminismo nella sua espressione più recente, così come la resistenza ferma ma pacifica delle donne che si sono messe a protezione delle chiese mostra un altro volto, un altro modo di essere donna e di promuovere la vita, la verità e la vera liberazione che è e resta, alla fine, solo quella dal peccato, di cui è perenne dispensatore solo Cristo.
Fonte: Sito del Timone, 14 marzo 2025
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OMELIA V DOMENICA QUARESIMA - ANNO C (Gv 8,1-11)
Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più
Autore: Don Stefano Bimbi - Fonte: BastaBugie, 2 aprile 2025
Il racconto del vangelo di questa domenica inizia con Gesù che si ritira sul monte degli Ulivi, un luogo di pace e preghiera, ma poi torna al tempio, dove la gente lo cerca. Non si tira indietro: si siede e insegna. Spesso siamo tentati di isolarci o di pensare solo ai nostri problemi, ma Gesù ci invita a essere presenti per chi ha bisogno di noi. Nella tua giornata, trovi tempo per ascoltare chi ha bisogno di te o tendi a chiuderti nei tuoi spazi? Come puoi essere più "presente" per gli altri, anche quando sei stanco o hai altro da fare? Gesù trovava comunque il tempo per ritirarsi in luoghi appartati per la preghiera personale. Anche tu fai altrettanto oppure hai cose da fare più importanti e urgenti per cui Dio scivola sempre più in basso nelle tue priorità?
LA TRAPPOLA PER GESÙ: GIUSTIZIA O MISERICORDIA? Arriva un gruppo di scribi e farisei con una donna sorpresa in adulterio che possiamo immaginare provasse paura, vergogna, forse rassegnazione. La Legge è chiara: Mosè comanda di lapidarla. Qui possiamo vedere qualcosa che ci tocca da vicino: quante volte oggi, magari sui social o nei gruppi di amici, qualcuno viene "messo in mezzo" e giudicato senza pietà? Ti è mai capitato di giudicare qualcuno senza conoscere tutta la sua storia? Come ti comporti quando vedi qualcuno messo "in mezzo" ingiustamente? I farisei non sono davvero interessati alla donna: vogliono mettere in difficoltà Gesù. Ma Lui non si lascia incastrare e, con una sola frase, ribalta tutto. Non nega il sesto comandamento: l'adulterio è e resta un peccato gravissimo che mina la famiglia, cellula fondamentale della società, ma sposta l’attenzione su chi accusa. È un invito a guardarsi dentro: di fronte a Dio nessuno è perfetto, tutti abbiamo i nostri peccati. I farisei se ne vanno, a partire dai più anziani, forse perché con l’età si rendono conto di quante volte anche loro hanno peccato. È un richiamo forte anche per noi a smettere di puntare il dito e iniziare a fare un serio cammino di conversione. Ultimamente quando hai giudicato gli altri? E quando hai mormorato alle spalle, cioè ha rivelato i difetti di una persona che gli altri non conoscevano? Cosa cambierebbe se, prima di parlare, pensassi ai tuoi limiti e ai tuoi peccati? Rimasti soli, Gesù si rivolge alla donna con dolcezza: "Nessuno ti ha condannata?". E poi: "Neanch’io ti condanno". Non la giustifica, non dice che l’adulterio sia giusto, ma le offre una la possibilità di ricevere il perdono di Dio. "Va’ e non peccare più" è un invito a cambiare perché Gesù giustifica il peccatore, ma non il peccato. Ci accetta come siamo, ma non ci lascia come siamo. Questo è il cuore del messaggio per noi: non importa la nostra vita passata. C’è sempre la possibilità di essere perdonati da Dio, ma solo se seriamente ci impegniamo a "fuggire le occasioni prossime di peccato", come diciamo nell'Atto di dolore.
SANT’AGOSTINO Nella vita dei santi vediamo il vangelo prendere carne, diventare storia viva. In questo caso pensiamo a Sant’Agostino. Prima di diventare il grande vescovo e Dottore della Chiesa, viveva una vita lontana da Dio. Amava il piacere, inseguiva ambizioni mondane, insegnava dottrine eretiche e non teneva conto dell'esempio di sua madre, Santa Monica. Era un peccatore e infatti da convertito scriverà "Le mie confessioni", un testo sempre attuale anche per noi, da leggere almeno una volta nella vita. Ma anche se era peccatore Dio non lo ha abbandonato. E infatti scrisse "Tu eri dentro di me e io ero fuori di me, e là ti cercavo. Deforme com’ero, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature" (Confessioni, libro X, capitolo 27). Questa è l’immagine di tante nostre vite. Cercare fuori, mentre Dio è dentro. Cercare senso nell’approvazione, nel successo, nelle apparenze... mentre il vero amore ci abita già. La donna adultera era lontana da sé, come Sant’Agostino. Ma lo sguardo di Gesù la riporta dentro, alla verità, alla possibilità di essere perdonata e cominciare di nuovo. Viviamo in un tempo in cui è facile giudicare: un commento sui social, una parola detta troppo in fretta, e siamo pronti a "lapidare" qualcuno. Ma Gesù ci chiede di fare come Lui, cioè di guardare con disprezzo il peccato, ma con amore il peccatore. A questo punto puoi chiederti quali siano le tue pietre: sia quelle che tieni in mano per giudicare gli altri, sia quelle che ti porti nel cuore per i tuoi peccati del passato. Consapevole che tutti abbiamo bisogno del perdono di Dio, lascia cadere le pietre per gli altri e per quanto riguarda le pietre che hai nel cuore preparati bene per la prossima confessione perché il sacerdote le cancelli con l'assoluzione.
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