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« Torna agli articoli di Anna Bono

Ancora una volta Israele lotta per la propria sopravvivenza contro un nemico che ne vuole la cancellazione dalla faccia della Terra. Hamas ha lanciato missili per settimane prima che scattasse la reazione israeliana che ora promette di essere uno scontro «all'ultimo sangue», come ha detto il Ministro della Difesa Ehud Barak durante il terzo giorno di operazioni militari, ricordando che la restituzione di Gaza ai palestinesi tre anni or sono ha avuto come risultato di farne un «santuario per i terroristi». Gaza infatti, dove abitano e si esercitano i 17.000 uomini di Hamas e dove gli istruttori della Guardia Rivoluzionaria Iraniana hanno i loro campi di addestramento, è una immensa rete di tunnel, strutture minate, bunker e depositi in cui sono ammassati armi, missili, esplosivi e propellente e da cui possono essere lanciati fino 80 missili al giorno.
Contro questi obiettivi gli israeliani rivolgono i loro raid aerei. Nel farlo non hanno potuto evitare di causare delle vittime civili, finora forse 50 su oltre 300 morti e quasi 1.500 feriti: perché Hamas, come a suo tempo Saddam Hussein in Iraq, non si è fatto scrupolo di organizzare e distribuire le proprie milizie e i loro armamenti vicino a case, scuole e altri edifici pubblici e anzi si serve dei civili come scudi umani dietro ai quali nascondersi, confidando nella sensibilità tutta occidentale che respinge l'idea di mettere in pericolo la vita di persone innocenti.
È difficile peraltro distinguere i civili dai militanti in una popolazione in cui si annoverano genitori che invece di allevare i figli si fanno o li fanno esplodere per uccidere i civili israeliani e li educano a disprezzare e odiare Israele e l'Occidente; insegnanti che illustrano la geografia ai loro allievi usando carte sulle quali Israele è assente; e direttori di istituti che usano le strutture scolastiche per «corsi» intesi a instillare nei bambini fin dalla prima infanzia diffidenza, ostilità e risentimento e i rudimenti di un addestramento militare che li trasformi all'occorrenza in shahid, assassini di Allah, e combattenti.
La compassione, poi, va innanzi tutto alla popolazione israeliana, bersaglio e non «effetto collaterale» degli attacchi di Hamas che prendono di mira proprio le persone, le famiglie e i luoghi in cui vivono. La nostra solidarietà si deve esprimere in atti concreti in suo aiuto almeno tanto quanto in favore dei palestinesi: e forse di più, considerate le cifre enormi già destinate ogni anno dall'Unione Europea alle autorità palestinesi.
Un fronte della guerra di Hamas e di chi lo sostiene è l'incessante campagna internazionale volta a far dimenticare che Israele è vittima di un progetto di sterminio e che, al contrario, lo fa apparire come aggressore, traducendosi in appelli e denunce che lo accusano di pulizia etnica e crimini di guerra, come accadde a Durban nel 2001 in occasione della Conferenza mondiale delle Nazioni Unite contro il razzismo trasformatasi in un attacco all'Occidente e a Israele e che tra breve rischia una replica con Durban II, in agenda ad aprile a Ginevra, dalla quale Israele ha già preso le distanze dopo aver verificato il tono dei documenti preparatori: altrettanto ha giustamente fatto la nostra Camera dei deputati lo scorso 4 dicembre approvando una mozione presentata dall'onorevole del Pdl Fiamma Nirenstein.
Difficilmente accade, invece, per non dire mai, che alle Nazioni Unite o in altra sede si ottengano dichiarazioni di condanna e denunce per crimini di guerra e contro l'umanità commessi ai danni di Israele. Eppure, se il genocidio della popolazione israeliana cui mirano Hamas, Ahmadinejad e altri leader non si è ancora compiuto è soltanto perché Israele sa e osa combattere e ama la vita più che loro la morte.
Bene ha fatto, a questo proposito, l'onorevole del Pdl Giuliano Cazzola quando, in sintonia con altri parlamentari di maggioranza, ha ribadito che Israele costituisce «la prima linea della democrazia» in una regione in cui più aspra è la guerra contro il mondo libero di cui noi siamo parte e, per questo, gli dobbiamo «tutta la nostra solidarietà senza ‘se' e senza ma».
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