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Violenza, criminalità, scontri tra fazioni opposte. La Svezia si è lentamente trasformata nell'emblema del fallimento del multiculturalismo forzato, testimonianza cristallina dell'ideologia che si nasconde dietro il modello porte aperte. Stoccolma è la capitale con il più alto tasso di violenza armata letale in Europa, con intere zone off-limits per le forze dell'ordine. I migranti sono diventati un problema innegabile e il governo è disposto a tutto pur di ripristinare legalità e sicurezza, perfino a pagare i rifugiati per tornare nei Paesi di provenienza.
Come riportato dal The National News, la Svezia vuole offrire denaro per tornare nel Paese d'origine anche ai rifugiati con cittadinanza svedese: il programma di "uscita volontaria" offre 10 mila corone, ossia 900 euro, più i costi per sostenere il viaggio. Si tratta della mossa della disperazione per il governo, che deve fare i conti con dati drammatici: nel 2023 più persone hanno lasciato la Svezia di quante ne siano arrivate, prima perdita netta da oltre cinquant'anni.
"Uno sviluppo verso un'immigrazione sostenibile è necessario per rafforzare l'integrazione e ridurre l'esclusione sociale", ha evidenziato il ministro all'immigrazione Maria Melmar Stenergard: "Il numero di domande di asilo sembra essere storicamente basso, i permessi di soggiorno correlati all'asilo continuano a diminuire e la Svezia registra un'emigrazione netta per la prima volta in 50 anni". Inutile evidenziare che le politiche in materia di immigrazione e integrazione siano state esaminate attentamente dopo le ripetute violenze delle gang in tutto per il Paese.
A maggio, un servizio di controspionaggio ha accusato l'Iran di reclutare bande criminali svedesi, note come Foxtrot e Rumba, per fare i loro voleri. I dati della polizia mostrano che lo scorso anno in Svezia ci sono state almeno 348 sparatorie. Sono state uccise almeno 52 persone e il numero di esplosioni è salito da 90 a 149. Senza dimenticare i roghi del Corano, che hanno inasprito i rapporti tra cristiani e musulmani. Il ministro Stenergard non ha utilizzato troppi giri di parole: "Per chi non si è integrato, è l'occasione per una vita migliore". Ma l'obiettivo è innegabilmente un'inversione di tendenza.
Dopo anni di porte spalancate e buonismo a palate, all'inizio del 2023 il governo svedese aveva messo mano alle politiche di accoglienza: dal calo drastico di permessi accordati ai rifugiati alla cessazione dei ricongiungimenti, passando per il rafforzamento dei confini. Un intervento necessario e comunque tardivo, considerando i numeri del Paese nordico: l'8 per cento della popolazione - 10 milioni di abitanti - è di religione islamica. Le proiezioni hanno spaventato tutti: entro il 2050 i musulmani potrebbero raggiungere quota 30 per cento. Una situazione potenzialmente esplosiva, considerando la già difficile convivenza.
Una situazione drammatica, testimoniata plasticamente dalla fuga degli svedesi e dei migranti integrati dai ghetti più pericolosi. Con buona pace del progressismo e dell'inclusività esasperata, che tanto male hanno fatto e continuano a fare all'Occidente. E in primis al buonsenso.
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