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« Torna agli articoli di Giuseppe Biffi

"Nel rispetto della libertà religiosa e del bene comune di tutti, i cristiani devono adoperarsi per far riconoscere dalle leggi le domeniche e i giorni di festa della Chiesa come giorni festivi. Spetta a loro offrire a tutti un esempio pubblico di preghiera, di rispetto e di gioia e difendere le loro tradizioni come un prezioso contributo alla vita spirituale della società umana". Così il Catechismo della Chiesa Cattolica al numero 2188.
E così mentre il parlamento croato il 15 luglio scorso ha approvato una legge che prescrive alla maggior parte degli esercizi commerciali la chiusura domenicale, in Italia la scorsa settimana, dopo diciotto mesi di trattative, è stato firmato un accordo tra Confcommercio e sindacati (accordo sottoscritto da Uiltucs-Uil e Fisascat-Cisl, ma non dagli esponenti di Filcams-Cgil). Con questo accordo i negozi staranno aperti alla domenica. Quella che, finora, era solo un'abitudine sempre più diffusa, adesso è una firma in calce al contratto dei lavoratori del commercio valevole fino al 2010.
Sulla stampa si trovano queste esilaranti affermazioni:
«La battaglia è stata lunga – su Il Giornale - ma ora la domenica, giorno di riposo, è un fortino crollato sotto i colpi dello shopping», «Il tabù domenicale - su Il Sole 24 ore - è crollato per oltre due milioni di lavoratori, che ottengono un aumento del trenta per cento dello stipendio per il giorno festivo, in media 150 euro». «È l'addio definitivo alla vecchia domenica, l'ultima barriera da abbattere in nome dei consumi», «Il rito della festa è diventato quello dello shopping: lo dicono i numeri, delle entrate e dei desideri. Alla domenica gli incassi dei supermercati sono da record, secondi solo agli introiti del sabato; una ricerca realizzata da Cermes-Bocconi ha calcolato che quasi l'80 per cento degli italiani vorrebbe negozi sempre aperti. L'oblio della domenica è stato quantificato anche dal Censis: meno di un italiano su due la considera un giorno di riposo, quasi la metà (il 46 per cento) preferisce dedicare le ore domenicali al turismo» (cfr. Eleonora Barbieri, "Negozi sempre aperti, così crolla il tabù del lavoro di domenica", Il Giornale n. 172 del 2008-07-20).
Insomma tutti contenti, tutti felici. Finalmente il tabù della domenica è abbattuto ed in più i lavoratori del commercio si vedranno un po' meglio remunerati...
In realtà ci si trova davanti ad una dura sconfitta, che l'Italia ha patito sia dal punto di vista culturale, che sociale e – per i cattolici, che in Italia sono ancora il 96% – anche e soprattutto morale.
La salvaguardia della Domenica, quale giorno festivo nazionale e non lavorativo, è atto dovuto, dato che costituisce parte integrante del grande patrimonio culturale del nostro Paese. Non si può cancellare con un colpo di spugna – senza gravi conseguenze - ciò che ha costituito per secoli un elemento basilare della vita della Nazione.
La salvaguardia della Domenica, quale giorno festivo nazionale e non lavorativo, è atto dovuto, dato che la frammentazione del riposo settimanale, dal punto di vista sociale, produce un'ulteriore - e non piccola - divisione nel tessuto sociale. Questo è un dato evidente. Una Nazione frammentata e divisa è ciò che desiderano tutti coloro che la vogliono "svendere" ai "poteri forti".
La salvaguardia della Domenica, quale giorno festivo nazionale e non lavorativo, è atto dovuto specialmente da parte di coloro che si professano cristiani. La Domenica, il "Giorno del Signore", è sempre stata considerata - fin dai tempi della Chiesa primitiva - come il "cuore" della comunità cristiana. Non lottare per custodire questa realtà preziosissima sarebbe una grave omissione che avrebbe gravi ripercussioni sulla comunità ecclesiale e, per riflesso, anche sulla società tutta.
Madre e Regina d'Italia, prega per noi.
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