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Date un’occhiata – meglio: leggete con attenzione – il dossier pubblicato su questo numero. Tratta di un “dogma” moderno del quale, per molti, non si dovrebbe dubitare. Anzi, non si dovrebbe nemmeno parlare. E il dogma è questo: l’evoluzionismo è verità incontrovertibile, dimostrata, assoluta, perciò indiscutibile. Punto e fine! Invece, nel dossier scriviamo che si tratta solo di un’ipotesi, e tale resterà fino a quando non sarà scientificamente fondata. Guai, però, a contestare questo dogma laicista. Lo sa bene Roberto de Mattei, vice presidente del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche) e firma nota ai lettori del Timone, che ha organizzato un convegno, a porte chiuse, con fior fior di scienziati i quali, sulla base delle loro conoscenze e studi, dubitano dell’evoluzionismo. Non appena pubblicati gli atti (Evoluzionismo: il tramonto di una ipotesi, Cantagalli), poche settimane fa, apriti cielo! Come è possibile – si sono chiesti gli arcigni dogmatici di casa laicista – che qualcuno si sia permesso di dubitare dell’evoluzionismo? E perché gli è ancora consentito di ricoprire quella prestigiosa carica? Sottinteso, ma neanche tanto: quanto si deve aspettare prima di buttarlo fuori dal CNR?
Fatti del genere non riguardano, purtroppo, solo il mondo dei non cattolici. Anche in casa nostra abbiamo dato prova di saper fare cose analoghe, se non peggiori.
Nel 1974 il gesuita José O’Callaghan scoprì che un frammento trovato a Qumran, catalogato con la sigla 7Q5, conteneva un passaggio del Vangelo di Marco. Fu subissato di critiche feroci, anche sulla sua persona, ed emarginato dai colleghi, molti dei quali religiosi cattolici. La casta degli esegeti e dei biblisti dell’epoca, infatti, sosteneva che i Vangeli fossero stati scritti – ad andar bene – solo a partire dalla fine del primo secolo, più probabilmente nel secondo, quando i testimoni oculari erano passati a miglior vita. E loro – gli studiosi – s’erano indaffarati una vita a spiegarci che cosa in quei Vangeli aveva veramente detto il Signore e che cosa era stato aggiunto dai discepoli decenni dopo la sua morte e risurrezione.
Poiché Qumran conteneva papiri databili a prima del 68, e quel 7Q5 era addirittura del 50 d.C., la scoperta di O’Callaghan minava l’allora imperante dogma esegetico-biblico, quindi il gesuita – non solo la sua opinione, ma la persona! – non aveva diritto di cittadinanza e di parola. Impossibile, per quegli esegeti, che 7Q5 fosse un frammento del Vangelo. Invece, lo è, come provarono indagini successive di molti anni. Ma la casta resistette a oltranza e con durezza: difficile, per chi ne faceva parte, ammettere d’aver trascorso una vita a sostenere un errore. L’umiltà è rara, si sa, e non solo nel mondo laicista.
Oggi, qualcosa di simile emerge quando si parla di omosessualità. Che sia una condizione normale è un dogma della cultura dominante, e provi qualcuno a dubitarne, se ci riesce. Gli amici di Chaire e di altre realtà che, contando tra le loro fila diversi ex-omosessuali, si impegnano per recuperare chi lo desideri ad una condizione di normale eterosessualità, devono agire con prudenza, talvolta in clandestinità. La lobby gay, in Italia come altrove, è potente. Ed è cattiva. Non pensarla come loro può costare.
Così va il mondo, oggi: lecito dubitare di tutto, ma non di certi dogmi. Con qualche eccezione. Una siamo noi del Timone. E, se non ci piglia un colpo di sole, lo saremo anche in futuro. Voi, cari lettori, dateci una mano. Con la vostra preghiera, innanzitutto, e poi con la vostra fattiva solidarietà.
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