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« Torna agli articoli di Vittorio Messori

Dalla sostituzione del maestro di cerimonie alla reintroduzione del latino con una riforma «soft».
Dopo avere varcato l'82˚genetliaco, Joseph Ratzinger inizia il quinto anno di pontificato. Smentendo ancora una volta coloro che non lo conoscevano, il peso della tiara non lo ha sfiancato e non gli sono mancate le energie per viaggi impegnativi come quello africano. Merito anche della prospettiva che trae dalla fede. Non dimentico l'espressione sorpresa quando gli chiesi se erano serene le sue notti da Cardinal Prefetto della Dottrina della fede. Allora infuriava la contestazione clericale e sul suo tavolo giungevano dossier inquietanti da ogni parte del mondo. È con sorpresa, dunque, che mi rispose: «Fatto l'esame di coscienza e recitate le mie preghiere, perché non dovrei dormire tranquillo? Se mi agitassi, non prenderei sul serio il Vangelo che ci ricorda, senza complimenti, che ciascuno di noi non è che un 'servo inutile'. Dobbiamo fare sino in fondo il nostro dovere, ma consapevoli che la Chiesa non è nostra, la Chiesa è di quel Cristo che vuole usarci come strumenti ma che ne resta pur sempre il signore e la guida. A noi sarà chiesto conto dell'impegno, non dei risultati».
È con questo stesso spirito che ha accettato il peso del pontificato: per obbedienza, per amore della Chiesa, così come, ancor giovane professore, aveva sofferto ma non si era lagnato quando Paolo VI lo aveva strappato alla sua amata università per metterlo alla guida della grande diocesi di Monaco di Baviera. Passando, nell'aprile del 2005, alla nuova scrivania - poche centinaia di metri, in linea d'aria, da quella occupata per 24 anni non ha cambiato il suo stile, contrassegnato dalla costanza e dalla pazienza, su uno sfondo molto tedesco di serietà, di precisione, di senso del dovere. Il programma lo aveva già chiaramente manifestato sin dal 1985 con il suo Rapporto sulla fede: una «riforma della riforma », con il ritorno al Vaticano II «vero», non a quello immaginario dei sedicenti, vociferanti progressisti. Fedeltà piena alla lettera dei documenti del Concilio, non a un presunto, imprecisato «spirito del Concilio»: dunque, continuità, non rottura, nella storia della Chiesa, per la quale non c'è un prima e un dopo.
Un obiettivo chiaro, perseguito innanzitutto come principale consigliere teologico di Giovanni Paolo II che però, talvolta, non fu del tutto in sintonia con lui. La leale amicizia tra i due, divenuta presto affetto, non impedì la perplessità del Cardinale per alcune iniziative come le parate sincretiste di Assisi, le richieste di scuse per le colpe dei morti, la moltiplicazione dei viaggi a spese del governo quotidiano della Chiesa, l'eccesso di beatificazioni e canonizzazioni, la spettacolarizzazione di momenti religiosi, magari con rockstar sul palco papale e la scelta di paramenti liturgici secondo le indicazioni dei registi televisivi. Pianto, con dolore sincero, l'amico venerato, presone il posto, pur senza averlo auspicato, divenuto dunque Benedetto XVI, Joseph Ratzinger ha continuato il suo lavoro paziente. Un aggettivo che non usiamo a caso. In effetti, la pazienza lo contrassegna da sempre: per rispetto delle persone; per realismo da cristiano che sa quale lunga tenacia sia necessaria per modificare le cose; per consapevolezza che la Chiesa ha per sé tutta la storia e i suoi ritmi non sono quelli del «mondo».
Così, sono stati spiazzati coloro che temevano o, al contrario, auspicavano una sorta di blitz in quella liturgia la cui «riforma della riforma» era, stando al Ratzinger cardinale, tra le cose più necessarie e magari urgenti. La sua «rivoluzione tranquilla» è cominciata non con qualche decreto per la Chiesa universale ma con la sostituzione del Maestro delle Cerimonie pontificie, scegliendo un liturgista a lui congeniale: così, prima che con gli ordini, il ritorno a riti nella linea della Tradizione sarebbe cominciata con l'esempio che scende dall'alto. Se celebra così il Papa, non dovranno, prima o poi, adeguarsi anche il vescovo e il parroco? Pazienza, e prudenza, anche per la lingua liturgica, non sconvolgendo i messali ma facendo convivere il latino accanto ai volgari, testimoniando anche così che il Vaticano II non è stato in rottura con la Tradizione e che san Pio V non fu meno cattolico di Paolo VI.
Altrettanta pazienza nei confronti della Nomenklatura ecclesiale: essa pure non è stata sconvolta, ma all'osservatore attento non sfuggono sostituzioni e nomine che rivelano una strategia prudente e al contempo incisiva. Poco, comunque, si capirebbe di questo pontificato se non si mettesse in conto che, per Joseph Ratzinger, problema dei problemi non è la «macchina» ecclesiale ma il carburante; non è il Palazzo, sono le fondamenta. È, cioè, quella fede che sa minacciata alla radice, quella fede che molti credono incapace di reggere all'assalto della ragione, quella fede assediata da ogni lato dal dubbio. La crisi, più che della istituzione, è della verità del Vangelo che la sorregge e le dà senso. Come mi disse una volta: «Siamo ormai a un punto in cui io stesso mi sorprendo di chi continua a credere, non di chi non crede». Constatazione drammatica, che fa da sfondo a un pontificato il cui centro, non a caso, è la ricerca ( paziente...) di un nuovo rapporto tra la ragione moderna e la fede antica.
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