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Aveva trentasette anni, era debole nel fisico ma fortissimo nello spirito. In Polonia è un eroe ma è poco o per nulla conosciuto nel resto del mondo. Buono con tutti, ha reagito agli insulti, alle provocazioni, alle violenze, con opere e parole di bene, di carità, di compassione. Il regime comunista lo ha accusato di essere un sovversivo che stava organizzando la rivolta armata, in realtà calmava gli animi, respingeva l’odio, praticava l’amicizia e la fratellanza. Assisteva gli ammalati, i poveri, i perseguitati. Di fronte alla violenza inaudita di un sistema ingiusto e disumano, ha reagito convincendo tutti quelli che lo avvicinavano a pregare, cantare le lodi a Maria, confessarsi e convertirsi.
È stato barbaramente ucciso dai suoi aguzzini, ma la sua vita e il sangue versato hanno dato forza e coraggio ad un popolo intero e così una delle peggiori dittature che la storia ricordi è stata sconfitta. Nel 1987, inginocchiato sulla sua tomba, Giovanni Paolo II disse: “Come Cristo, il suo sangue ha salvato l’Europa”.
Stiamo parlando di padre Jerzy Popiełuszko, testimone e martire di un popolo, quello polacco, che ha sconfitto la dittatura comunista con le armi dell’amore e del Vangelo cristiano. Domenica 6 giugno verrà beatificato a Varsavia. Nato nel 1947 a Okopy, provincia di Bialystok, in Polonia, Popiełuszko si è subito distinto per il suo coraggio, la difesa dei diritti umani, la richiesta di libertà e giustizia, la capacità di amare anche i suoi persecutori. Nella Chiesa di San Stanislao Kostka e nelle fabbriche, padre Popieluszko aiutava gli operai, dava loro coraggio, li educava all’amore fraterno, li invitava a non reagire quando venivano colpiti, li confessava, sosteneva le loro famiglie. Insegnava loro a rispondere con preghiere e canti sacri e patriottici alle minacce e alle aggressioni. Sosteneva Solidarnosc nelle sue battaglie per garantire migliori condizioni sociali, per la libertà, la giustizia, il progresso.
Il regime comunista lo identificò subito come un nemico mortale. Tentarono in vari modi di minacciarlo e spaventarlo. Uccisero i figli e i parenti delle persone a lui più vicine. Qualcuno dei suoi collaboratori cedette alle minacce e divenne una spia dei servizi segreti. Ma padre Popieluszko non cedette mai alle provocazioni. Mai si piegò al sentimento di odio. Nei momenti più duri, quando i suoi collaboratori non riuscivano a contenere l’odio contro i persecutori, padre Popieluszko spiegava: “dobbiamo combattere il peccato, non le sue vittime”. Questa sua capacità eroica di amare tutti cristianamente, lo rese libero e invincibile. Il regime cercò di screditarlo e di accusarlo di cospirazione ma padre Popieluszko non parlava mai di politica.
Gli eventi precipitarono e in Polonia venne imposta la legge marziale. Il regime sovietico non poteva accettare la ribellione del popolo polacco. Come in Ungheria nel 1956 e poi in Cecoslovacchia nel 1968 i carri armati sovietici erano pronti a sopprimere con la violenza armata ogni richiesta di libertà. Ma il popolo polacco ha mostrato qualità morali straordinarie. Le forze di polizia e dell’esercito che irrompevano nelle fabbriche occupate, trovavano operai, padri di famiglia, giovani, che pregavano, che cantavano le lodi a Maria, che erano inginocchiati di fronte ai crocefissi e che dicevano: “perché mi picchi? sono un tuo fratello polacco”. (...)
Il pontefice Giovanni Paolo II e padre Popieluszko sono due tra i milioni di testimoni di questa rivoluzione pacifica che ha sconfitto il regime comunista, una delle più brutali e potenti dittature che hanno insanguinato il ventesimo secolo. La dittatura socialista voleva fiaccare il morale dei polacchi: per questo motivo il 19 ottobre 1984 di ritorno da un servizio pastorale da Bydgosszcz a Gorsk, vicino a Torun, padre Popieluszko venne rapito da tre funzionari del Ministero dell’Interno, selvaggiamente picchiato e orrendamente seviziato. Pur legato dentro al cofano di un auto, Popieluszko cercò di fuggire. I persecutori lo colpirono ancora più selvaggiamente, lo sfigurarono, lo legarono tra bocca e gambe in modo che non potesse distendersi senza soffocare. Gli strinsero un masso ai piedi e lo buttarono in un fiume.
Il regime pensava di aver messo a tacere il più coraggioso dei suoi oppositori e demoralizzato i suoi amici, invece, nonostante i ricatti, le minacce, la violenza, più di 600.000 persone parteciparono al funerale di Popieluszko e, nel giro di pochi anni, la Polonia venne liberata e l’intero sistema sovietico collassò. Tra i giovani che parteciparono al funerale di Popieluszko, c’era il sedicenne Rafał Wieczyński, che ha diretto e realizzato il film Popiełuszko. Non si può uccidere la speranza.
Un film straordinario che racconta la storia di un eroe sconosciuto e di un popolo cattolico. Prima della proiezione del film, che è avvenuta nella Radio Vaticana, venerdì 28 maggio, Hanna Suchocka, già Primo Ministro Polacco, membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali e attuale Ambasciatore presso la Santa Sede, ha spiegato che “nella Chiesa non sono mancati uomini e donne, che hanno testimoniato Cristo fino alla fine”. La figura di padre Popiełuszko è però “eccezionale, perché è un eroe contemporaneo che ha testimoniato come si può vincere il male con il bene”.
L’edizione in DVD del film "Popiełuszko: non si può uccidere la speranza", sarà in distribuzione nelle edicole da venerdì 4 giugno 2010.
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