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La Gelmini non ci sta e risponde alle contestazioni della piazza
Non fanno cortei in piazza. Non gridano slogan. Non si sognano neanche di far sfilare i loro bambini dietro gli striscioni, non usano gli immigrati per la loro protesta e non cercano la pubblicità delle telecamere e dei giornali per amplificare il loro pensiero. Ma sono persone normali, con un lavoro normale, che probabilmente non consente neanche a loro di arrivare senza problemi a fine mese, che votano ma non sono politicizzate, che non amano lo scontro ideologico e che con ogni probabilità non sanno neanche di appartenere a quell’opinione pubblica senza identità cui tanto si sono affezionati Scalfari e Repubblica. Magari hanno votato Berlusconi o magari no. Però sentono, capiscono che il momento per il paese è cruciale. E orientano le loro scelte sulla base non della tessera del partito ma del buon senso. E indirizzate da quel buon senso decidono quello che è meglio per i loro figli e per la società in cui si troveranno a vivere in futuro.
Non sono intimoriti dagli spauracchi delle contestazioni né assordati dagli urli della protesta, ma esprimono in massa una richiesta di ritorno all’ordine, e nel farlo non pensano neanche per un attimo alla “deriva putiniana” di Berlusconi ma sentono che il nostro è un paese in crisi, che vive ormai da troppo tempo un’emergenza permanente e che questa emergenza riguarda tutti così da vicino da coinvolgere per primi proprio i piccolissimi e poi i giovani e poi tutti coloro che dovranno costruire l’Italia del futuro.
Sono loro che nei giorni scorsi hanno risposto ai sondaggi sulla scuola. Che dicono con percentuali quasi bulgare - basta guardare il Corriere di oggi - di essere favorevoli al maestro unico, all’educazione civica, al voto in condotta e al grembiule. E sono loro che si sente di rappresentare il ministro Gelmini quando, nella cornice di Norcia, di fronte ad un pubblico “amico”, nel corso del convegno organizzato da Magna Carta su “Educazione e Libertà”, dice che le scelte del governo sono state orientate ad una presa di coscienza sulla realtà, che non lascia altra possibilità se non quella di compiere un passo indietro. Che – sostiene il ministro – significa restituire alla scuola la sua missione educativa, riuscire a ricreare quell’alleanza perduta tra studenti, insegnanti e famiglie. E significa ancora garantire nel processo educativo quella libertà che consente di poter scegliere tra scuola e scuola, tra modelli educativi e modelli educativi, rimettendo al centro una formazione adeguata e di qualità.
Il ministro era venuto a Norcia con un discorso tutt’altro che politico, ma, il giorno dopo la grande contestazione, ha scelto questa occasione per rispondere punto per punto alle accuse che nei giorni scorsi le sono state scagliate contro nei cortei e sui giornali. Forse non si aspettava neanche lei di dover affrontare un attacco tanto violento quanto ingiustificato. Ma sembra determinata ad andare avanti per la sua strada. Ed ha voluto di dimostrarlo quando, con una sequela di “non è vero”, ha cercato di abbattere quel castello di false notizie che –ammette- anche per una cattiva comunicazione del governo sono quotidianamente strumentalizzate dall’opposizione più radicale.
Non è vero che saranno licenziati in massa gli insegnanti, non è vero che il governo vuole “scaricare” i precari, non è vero che verrà abolito il tempo pieno, che verranno chiuse migliaia di scuole in tutta Italia, che verrà tolto il sostegno ai bambini handicappati, che le classi-ponte saranno uno strumento per alimentare la segregazione e il razzismo. Tutto questo non è vero ma serve alla sinistra e al sindacato per difendere lo status quo, alimentando le paure della gente. Ma lo status quo, così com’è, non è più sostenibile, dice il ministro, non è più difendibile se non pagando un prezzo troppo alto per la società. Un prezzo che comporta la perdita di senso connaturata con la funzione educativa della scuola.
“È inutile quanto disonesto vendere illusione ai precari, le graduatorie sono già così lunghe che potrebbero essere esaurite in non meno di dieci anni”, dice il ministro. Il maestro unico “non è per mera esigenza di bilancio, ma perché a scuola i bambini non vanno solo per apprendere nozioni ma per essere aiutati a crescere nel percorso della vita e il maestro dei primi anni non ha solo l’incarico di insegnare delle discipline, deve essere soprattutto una guida”. Non è un caso che il maestro unico esiste in tutte le realtà europee tranne che in Italia. Il tempo pieno non verrà affatto abolito, ma anzi potenziato, impiegando gli insegnanti in esubero. “Questo – ci tiene a sottolineare il ministro – è un governo che sta attento alle esigenze delle famiglie. Che capisce le difficoltà che quotidianamente si trovano ad affrontare, che ascolta il bisogno delle donne che lavorano, e che sa che il tempo pieno risponde prima di tutto ad una funzione sociale ”. Le classi-ponte (definizione che il ministro non riconosce come sua e che stigmatizza) favoriscono l’integrazione non la discriminazione. Consentono ai giovani stranieri che vengono nel nostro paese di avere gli strumenti per integrarsi il prima possibile “Non ho capito la levata di scudi sulle classi separate. Se un bambino straniero che non conosce l'italiano studia la lingua in corsi separati cos'è, razzismo o buonsenso?”.
E mentre il buon senso sta riportando una vittoria storica nel paese, la sinistra veltroniana resta a guardare. Paralizzata dalla paura dell’inesistenza delega al sindacato e a Di Pietro la sua rappresentanza, perdendo sempre più il contatto con quella parte del paese che sempre avrebbe bisogno di sentir rappresentato il suo sentire comune. Non condividiamo le parole del ministro quando dice questo, in fondo, “è un governo di sinistra” perché sta dalla parte dei più deboli. Ci sentiremmo vittime di un luogo tanto comune quanto ormai lontano dalla realtà. Ma siamo certi che se la strada è quella di voler uscire al più presto dall'emergenza educativa non è necessario fare scelte che siano connotate come di destra o come di sinistra. Il tempo stringe e alla scuola non si può rischiare di far fare la fine di Alitalia.
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