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«Quella cubana è una dittatura simile a quelle di Hitler e di Stalin. I fratelli Castro devono lasciare il potere». Sono le prime parole da uomo "libero" di Oscar Elìas Biscet, storico dissidente cubano rilasciato tre giorni fa dopo 11 anni di prigionia grazie ai negoziati tra il governo di Raúl Castro e la Chiesa Cattolica.
Medico cattolico nato all'Avana nel 1961, Biscet era finito dietro le sbarre nel 1999 e nel 2003 era stato condannato a 25 anni di reclusione sulla stessa isola dove sorge Guantanamo con l'accusa di aver attentato alla sicurezza dello Stato. Il regime comunista cubano non gli ha mai perdonato la sua battaglia in favore della libertà del popolo cubano e della difesa della vita.
In prima linea contro l'aborto e l'eutanasia, Biscet nel 1997 ha istituito anche la fondazione Lawton per i diritti umani: una vera provocazione in uno Stato in cui è ammessa la clonazione umana cosiddetta "terapeutica" ed esiste l'aborto forzato per motivi di ricerca medica, per cui il tasso di abortività è circa 5 volte superiore a quello italiano. Un Paese in cui, anche grazie al flusso dei nostri connazionali, prospera il turismo sessuale (pure quello pedofilo) che è unica fonte di reddito per tanti cubani e cubane e causa un tasso elevatissimo di aborti tra le giovanissime.
Ma Biscet si è anche opposto alla pena di morte e alla tortura per i dissidenti. E si è battuto contro l'eutanasia, praticata su malati poveri considerati solo un peso economico. Soprannominato "negro olvidado" (il "negro dimenticato") in questi anni ha conosciuto l'abisso di celle solitarie e sotterranee patendo gastriti croniche e ipertensione. Ma non si è mai arreso.
E appena è stato scarcerato è subito ripartito alla carica: «Va nominato al più presto un governo di transizione che porti alla liberazione da un regime oppressivo e liberticida». Biscet ha chiesto l'immediata scarcerazione di altri prigionieri politici: Librado Linares, José Daniel Ferrer e Félix Navarro. E ha criticato la condanna a 15 anni di reclusione inflitta all'imprenditore nordamericano Alan P. Gross, colpevole soltanto di promuovere lo sviluppo della società civile a Cuba.
Le recenti trattative hanno condotto alla liberazione di oltre 90 prigionieri politici, ma la maggior parte è stata esiliata in Spagna. Lui ha precisato: «Non ho nessuna intenzione di andare in esilio in Spagna. Sono qui per trovare soluzioni ai problemi urgenti per il mio paese. Il mio compito è quello di conquistare la libertà per il popolo cubano, affinché viva in pace e in prosperità. Dobbiamo esigere prima di tutto il rispetto dei diritti umani, la possibilità di avere partiti politici e libere elezioni. Successivamente potrei accettare la candidatura alla presidenza di un eventuale governo di transizione, sicuro che la mia azione servirebbe a migliorare le condizioni di un popolo che amo».
Per il dissidente cubano la grave crisi economica e morale di Cuba può essere estirpata soltanto alla radice, cambiando le fondamenta dello Stato. «Il movimento oppositore – ha spiegato - cresce giorno dopo giorno e ottiene risultati, come la limitazione della pena dei morte, degli aborti e alla possibilità di esprimere opinioni. Persino tra le fila del Partito Comunista ci sono simpatizzanti della dissidenza».
Biscet ritiene che ci possa essere una svolta senza ricorrere alla violenza anche grazie all'aiuto della Chiesa cattolica: «La Chiesa cattolica ha fatto molto e in futuro potrà fare ancora di più, convincendo il regime a nominare un governo di transizione per cambiare Cuba senza rivolte di piazza e spargimenti di sangue. A mio parere il sistema ha i giorni contati».
Nei mesi scorsi anche il Movimento europeo per la difesa della vita aveva raccolto la sfida di Biscet, invocandone la liberazione (ne aveva parlato anche la Bussola). E aveva lanciato anche una maglietta, con il suo volto, provocatoriamente simile a quella del "Che" Guevara. Ma la rivoluzione di Biscet non ha nulla a che vedere con quella del sanguinario guerrigliero comunista. E la sua battaglia non è ancora finita.
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