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Sulla "capacità di sopravvivenza autonoma del feto", anche in ambienti colti, regna una grave disinformazione. Si pensa che, nel seno materno, il feto non abbia una vita propria ma partecipi alla vita stessa della madre e che solo verso le 24 settimane di gravidanza, il nascituro acquisti in qualche modo misterioso una vita propria e "autonoma", che gli permetterebbe di sopravvivere fuori dal corpo della madre e gli conferirebbe un pieno diritto alla vita.
Dal punto di vista scientifico questa idea è completamente falsa. Eppure gli articoli 6 e 7 della legge 194/78, sull'aborto legale nel secondo trimestre di gravidanza, si basano proprio su questa idea erronea. In realtà qualunque animale, uomo compreso, per mantenersi in vita deve nutrirsi, respirare ed eliminare i prodotti del metabolismo.
Un adulto o un neonato adempiono queste funzioni per mezzo dei polmoni, del tubo dirigente, e dei reni. Invece l'embrione o il feto umano, come tutti i mammiferi placentati, compie le stesse funzioni per mezzo di un unico organo, la placenta, che li rende capaci di utilizzare il sangue della madre, che circola nelle pareti dell'utero, come sorgente di ossigeno e di sostanze nutritive e come via di eliminazione dell'anidride carbonica e degli altri prodotti del metabolismo.
La nascita, quindi, non è l'inizio della vita umana, ma solo un brusco cambiamento dell'ambiente di vita di un essere umano che già vive e si sviluppa fin dal concepimento. Il feto ha "capacità di sopravvivenza autonoma" quando i suoi polmoni, i suoi reni e il suo apparato digerente sono abbastanza sviluppati da sostituire le funzioni della placenta.
Particolarmente importante è la funzione dei polmoni. Se essi non sono in grado di sostituire la placenta nell'assunzione di ossigeno e nell'eliminazione dell'anidride carbonica, il bambino muore per insufficienza respiratoria. E' questa la causa di gran lunga più importante della non sopravvivenza del feto fuori dell'utero materno, e non già una presunta "mancanza di vitalità", o un tipo di vita "inferiore".
Da questi dati scientifici risulta chiaro che è assurdo attribuire al feto un maggiore o minor grado di dignità umana, e quindi condizionare il suo pieno diritto alla vita, sulla base della sua capacità di sopravvivere fuori dall'utero, come stabilisce la legge 194 agli articoli 6 e 7. E', infatti, irragionevole far dipendere il diritto alla vita sia dal modo con cui un essere umano si nutre e respira, sia dalla capacità di sopravvivenza al di fuori dell'utero perché questa dipende dal grado di assistenza medica disponibile.
Cento anni fa nessun neonato sopravviveva se nasceva prima delle 30 settimane di gravidanza; oggi, sopravvive il 70% dei nati fra la 25° e la 28° settimana, il 10% dei nati fra la 25° e la 23° settimana, il 3% dei nati alla 22°settimana. Ciò è possibile perché oggi i medici riescono a far funzionare sufficientemente i polmoni di un neonato molto prematuro anche quando questi, da soli, non sono ancora in grado di farlo.
Perciò, alla luce della scienza, è evidente la natura ideologica e antiscientifica degli articoli 6 e 7 della legge 194/78, come del resto lo sono anche molti articoli. Ciò ha creato un insanabile conflitto fra la legge positiva e la realtà di fatto, da cui non si potrà mai uscire fino a quando la legge continuerà a basarsi su pregiudizi ideologici senza tener conto dei dati oggettivi certi delle scienze biologiche.
Nota di BastaBugie: vi invitiamo a vedere il bellissimo video "Diario di un Bambino mai nato" cliccando qui sotto
http://www.youtube.com/watch?v=oWg8jreCdc8
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