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La riconquista dell’orgoglio russo, cavallo di battaglia del populismo autoritario di Putin, passa anche dai banchi di scuola. E pazienza se, per parlar bene della Russia, occorre parlar bene anche dell’Unione Sovietica in generale, e di Stalin in particolare. La rivista «La nuova Europa» analizza, sul suo ultimo numero, le linee guida del nuovo «Corso di storia russa contemporanea (1900-1945)» di Aleksandr Filippov e Aleksandr Danilov, di imminente pubblicazione ma i cui capisaldi concettuali sono già stati resi noti. Ne emerge un quadro tutto teso a minimizzare, spiegare, 'contestualizzare' le peggiori malefatte del comunismo, dalle purghe staliniane all’eccidio di Katyn’, pagina nera della storia novecentesca che ancora oggi – lo testimoniano le polemiche sull’'oscuramento' del film «Katyn» – fatica a trovare luce.
Ma in fondo, precisano le linee guida, «andrebbe osservato che da parte di Stalin le fucilazioni di Katyn’ non dipesero solo da considerazioni politiche, ma furono una risposta alla morte di molte (decine) di migliaia di soldati dell’Armata Rossa»: 'considerazioni' sufficienti, a quanto pare, a spiegare il massacro indiscriminato di oltre ventimila polacchi, militari e civili. Come non riabilitare, allora, la Grande carestia?
L’Holodomor, carestia pianificata, in Ucraina uccise milioni di vittime e fu volutamente indirizzata contro l’etnia ucraina, in un contesto di pulizia etnica i cui effetti avvelenano ancora l’Ucraina. O almeno così sembrava: nella storia che i bambini russi dovranno studiare, «una carestia organizzata nelle campagne in Urss non è mai esistita», e comunque la vittime «non raggiunsero in Ucraina i dieci milioni, come scrivono oggi gli storici ucraini; in realtà non superarono uno-due milioni».
Almeno, si ammetterà che la politica comunista della collettivizzazione delle campagne è stata un fallimento?
Per nulla: «È stata semplicemente un modo diverso, alternativo, di risolvere il problema delle risorse. È vero che ha stroncato la vita della campagna. Ma una soluzione alternativa semplicemente non esisteva». Qui, storia creativa; sul Patto Ribbentrop-Molotov, invece, salti mortali senza rete.
L’alleanza con Hitler assicurò a Stalin un ricco bottino – mezza Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia, Finlandia, una fetta di Romania – che il dittatore sovietico seppe in gran parte conservare anche dopo la Seconda guerra mondiale, e sul quale oggi si allunga l’ombra protettiva della 'sfera d’influenza' della Russia putiniana. Ecco quindi il Ribbentrop-Molotov rivalutato con orgoglio – «L’Urss cominciò a partecipare al pari delle altri grandi potenze europee alle decisioni sulle sorti d’Europa» –, così come l’aggressione a Polonia e Baltici nel ’39, poiché «non fu altro che la liberazione di una parte della nostra patria».
Brillante impostazione di rapporti di buon vicinato per il XXI secolo, con quegli Stati che si ostinano a rimanere sovrani...
Perfino il Terrore degli anni Trenta è candidamente descritto così: «Stalin non sapeva da chi poteva attendersi un colpo, perciò sferrò un colpo a tutti». E per Filippov e Danilov questo sparare nel mucchio senza manco sapere perché è stato pure un colpo di genio politico: «Stalin agì in maniera pienamente razionale, come tutore del sistema». Seguono la revisione al ribasso del numero delle vittime e, insieme, l’esaltazione «di ciò che abbiamo costruito negli anni Trenta».
Che oggi la Russia, a quanto pare, non vede l’ora di emulare.
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