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Diversi interessanti studi economicosociologici (come quelli, per fare solo qualche esempio italiano, di studiosi come Bruni, Donati, Porta, Stanca e Zamagni) si sono di recente concentrati sull’importanza capitale per l’uomo dei 'beni relazionali', come il reciproco riconoscimento e rispetto tra le persone, l’amicizia, l’amore, ecc. Sempre più spesso gli economisti si interrogano sul cosiddetto 'paradosso della felicità', per cui si registra che, nelle nostre società, mentre il reddito medio procapite e la qualità della vita aumentano, invece il livello medio di felicità diminuisce o comunque non aumenta affatto.
Infatti, i beni più preziosi sono quelli relazionali, dunque non è un caso che esistano dei bene-stanti (ricchi di beni materiali) che non li coltivano e perciò sono infelici; mentre alcuni indigenti, che invece li coltivano, sono più felici.
L’impegno per accrescere il reddito e la produttività, quando danneggia o impedisce le relazioni interpersonali (togliendoci il tempo per coltivarle, rendendoci affaticati e stressati, ecc.), ci rende infelici.
Stefano Bartolini (Università di Siena), ha da poco sintetizzato sul sito benecomune.net due ricerche (condotte insieme a Ennio Bilancini e Francesco Pugno), svolte su dati americani, ed ha mostrato anche empiricamente la molto probabile correlazione tra la felicità umana e la qualità delle relazioni interpersonali. Negli ultimi trent’anni negli Usa il reddito procapite è aumentato costantemente in modo rilevante, ma la felicità media è diminuita. Infatti, inizialmente la crescita del reddito ha fatto salire anche il tasso di felicità, ma questo incremento è stato annullato da tre fattori. Primo: l’aumento anche del reddito altrui non consente ad un soggetto di cambiare la propria posizione sociale. Secondo: è vero che questa crescita del reddito ha migliorato il benessere materiale, ma non ha reso più felice l’americano medio, perché è diminuita la fiducia nelle istituzioni. Terzo, e soprattutto: in questo periodo sono peggiorate le sue relazioni intersoggettive, è diventato più povero di rapporti interpersonali.
Certo, il peggioramento della qualità delle relazioni dipende da diverse cause. Bartolini ne individua una rilevante nell’aumento delle ore lavorate dagli americani, che sottrae ai rapporti interpersonali tempo ed energie (chi si esaurisce sul lavoro intrattiene facilmente poche o cattive relazioni). Inoltre, tra le cause principali del deterioramento delle relazioni, gli studi che stiamo riferendo individuano la crisi del matrimonio.
Perciò ci forniscono delle indicazioni molto importanti, non solo dal punto di vista personale, ma anche politico-sociale: 'dovremmo adottare una grande cautela nell’intraprendere politiche finalizzate ad una crescita economica ottenuta pagando il prezzo del degrado relazionale'. Il caso americano mostra come l’aumento di felicità legato alla prosperità economica possa essere dissipato e soverchiato 'se gli individui divengono sempre più diffidenti, più opportunisti, meno solidali, più soli, [se] hanno relazioni intime più difficili ed instabili'. Un ottimo motivo (insieme a tanti altri) per promuovere politiche di sostegno alla famiglia ed al matrimonio, che è il fondamento della società - come diceva, per esempio, già Aristotele - e dove si forgiano relazioni molto significative e gratificanti. Fondamento che (aggiungiamo noi, dati alla mano), nonostante la crisi, è più stabile delle altre forme di relazione.
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