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Nel suo discorso di giovedì scorso ad alcuni vescovi brasiliani, il Papa ha toccato il tema del rapporto tra democrazia, aborto ed eutanasia: «Quando i progetti politici contemplano […] la decriminalizzazione dell’aborto o dell’eutanasia, l’ideale democratico – che è solo veramente tale quando riconosce e tutela la dignità di ogni persona umana – è tradito nei suoi fondamenti». Il Papa ha cioè criticato la riduzione della democrazia a mero meccanismo di regolazione degli interessi che delibera solo secondo il rispetto di alcune procedure, specialmente quella del rispetto della volontà della maggioranza.
Così, senza farvi riferimento esplicito, Benedetto XVI ha richiamato la necessità di ancorare la legge civile alla legge naturale (ovviamente pensata in modo corretto e non in certe sue indifendibili teorizzazioni), cioè quell’insieme di principi etici immutabili che non dipendono da alcuna dottrina religiosa (anche se vi possono trovare sintonia), perché sono accessibili con la ragione.
Riecheggiando l’enciclica Evangelium vitae di Giovanni Paolo II (ma senza bisogno di essere credenti per convenire con le sue tesi, che sono già laicamente valide) si può in effetti notare che la democrazia, come sistema in cui si decide a maggioranza, non può essere mitizzata fino a considerarla un bene assoluto e un antidoto al male. Essa è un modo di regolare i rapporti tra gli uomini e, come tale, uno strumento, non la fonte del bene. La sua moralità non è automatica, bensì scaturisce dalla qualità morale dei finibeni che persegue e dei mezzi di cui si serve per perseguirli.
Ma se questi fini-beni non sono oggettivi e perciò protetti dalla legge naturale, bensì decisi di volta in volta dalla maggioranza, l’ordinamento democratico risulta essere un mero meccanismo di regolazione empirica dei diversi interessi. Ora, tale regolazione è senza dubbio apprezzabile ai fini della pace sociale; ma senza un riferimento morale oggettivo e previo a qualsivoglia decisione della maggioranza, se non esistono alcuni beni-valori non negoziabili (per esempio la dignità inviolabile dell’essere umano che, per esempio, non dev’essere manipolato) il rischio è quello di una mera apparenza di democrazia.
Infatti, anche nei sistemi politici partecipativi la soddisfazione degli interessi, di fatto, avviene spesso a vantaggio dei più forti, cioè quei soggetti che sono maggiormente capaci di manovrare non soltanto le leve del potere, ma anche l’opinione pubblica e la formazione del consenso. Quando si produce tale situazione, la democrazia diventa solo apparente: in realtà quelli che comandano e decidono sono pochi, in realtà è in vigore un’oligarchia.
Una democrazia senza riferimenti valoriali oggettivi può anche cadere nel «dispotismo della maggioranza», icasticamente messo in luce dal filosofo Tocqueville: se una democrazia decide solo secondo il principio (importante ma insufficiente) per cui è giusto ciò che viene scelto dalla maggioranza, quest’ultima può decidere di sterminare il singolo e/o la minoranza senza che la si possa biasimare. E se il principio fondamentale di una democrazia afferma che ogni singolo uomo è uguale agli altri, deve contare quanto gli altri e non deve essere discriminato, la depenalizzazione di aborto ed eutanasia costituisce un tradimento gravissimo di questo principio, perché discrimina e addirittura uccide i più deboli e più indifesi: infatti, come ha detto il Papa, «chi è più inerme di un nascituro o di un malato in stato vegetativo o terminale?».
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