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Il dado è tratto. Dopo tanti annunci, venti deputati finiani – insieme a trenta dell’opposizione – hanno presentato una proposta di legge che permette agli extracomunitari di diventare cittadini italiani dopo soli cinque anni di residenza, passando un test d’integrazione. La proposta piace a tanta sinistra. Ma è sbagliata. Avrebbe i suoi principali effetti su circa un milione d’immigrati musulmani. Altri extracomunitari sono statisticamente minoritari o, come i cinesi, preferiscono tenersi la cittadinanza del Paese di origine.
Non sarà politicamente corretto, ma è dunque dei musulmani – e di religione – che si deve parlare. I deputati che ci raccontano che la proposta sulla cittadinanza è laica e la religione non c’entra ingannano se stessi e gli elettori. Oggi i musulmani cittadini italiani sono meno di diecimila. Molti sono fasulli: sono italiani che hanno finto di convertirsi all’islam per potere sposare donne musulmane – cui diversamente i consolati dei Paesi di origine avrebbero negato le carte – ma si sono dimenticati della conversione dopo il matrimonio. Con la nuova legge i cittadini italiani musulmani passerebbero potenzialmente da qualche migliaio a centinaia di migliaia. Siamo pronti a questa radicale modifica della nozione di cittadino italiano? Non lo siamo. Nessuno lo è. Nessuna civiltà nella storia è riuscita a fronteggiare senza esserne distrutta l’acquisizione come cittadini in così poco tempo di così tante persone portatrici di una cultura e di una religione sia radicalmente diverse sia forti. Diverso era il caso dei barbari dell’antichità, che portavano in Europa eserciti forti ma una cultura debole; o degli irlandesi e italiani emigrati in passato negli Stati Uniti il cui cattolicesimo era diverso dal protestantesimo maggioritario in America ma non così radicalmente diverso com’è l’islam rispetto alla mentalità italiana di oggi. Ci raccontano che negli Stati Uniti i musulmani diventano cittadini con una norma simile a quella di Fini e si integrano senza problemi. Ma i cittadini musulmani di origine straniera in America sono due milioni. Se ce ne fossero in una percentuale sul totale della popolazione simile a quella degli immigrati islamici in Italia sarebbero quaranta milioni, non due, e neppure l’esperienza americana riuscirebbe ad assimilarne così tanti.
C’è un’altra ragione più profonda per andare con i piedi di piombo sulla cittadinanza. Per difendere la propria cultura e integrare nuovi cittadini bisogna, almeno, volerlo. Non è affatto sicuro che l’Italia di oggi abbia le idee chiare su quale cultura voglia difendere e proporre agli immigrati. Quale sarà il contenuto del “test d’integrazione civica”? Le radici cristiane dell’Europa o la mentalità di “Repubblica”? Senza dimenticare che in Gran Bretagna e Francia fior di terroristi arrestati mentre preparavano attentati erano cittadini che avevano passato a pieni voti i test d’integrazione, della cui serietà si può dunque dubitare.
Infine una domanda. Gli amici del presidente Fini chiedono più democrazia in Italia. I sondaggi ci assicurano che la grande maggioranza degli italiani non vuole l’accesso facile alla cittadinanza per gli extracomunitari. Ignorare l’opinione della maggioranza degli elettori è per caso una nuova forma di democrazia?
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