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« Torna agli articoli di Riccardo Cascioli

Per ogni “posto di lavoro verde” creato in Spagna negli ultimi 8 anni grazie al finanziamento pubblico, sono stati distrutti 2,2 posti di lavoro in altri settori. E soltanto 1 su 10 dei nuovi posti di lavoro creati è diventato un lavoro permanente. E’ quanto rivela un recente studio diretto dal professor Gabriel Calzada Alvarez, della Universidad Rey Juan Carlos di Madrid, titolato “Studio degli effetti sull’occupazione degli aiuti pubblici alle fonti energetiche rinnovabili”.
La Spagna è stata più volte citata dal presidente americano Obama come un modello di riferimento per il suo progetto di “economia verde”, e in effetti è il Paese europeo che negli ultimi dieci anni ha maggiormente investito in energia rinnovabile seguendo la strada scelta dall’Unione Europea già nel 1997.
Lo studio dimostra però che l’economia verde non solo non aiuta a uscire dalla recessione, ma ne è un fattore di aggravamento. E la tanto sbandierata creazione di nuovi posti di lavoro è un miraggio. Tra il 2000 e il 2008 i lavori creati non sono arrivati a 50mila, molto meno di quanto atteso. I due terzi di questi lavori si sono creati nel settore della costruzione, fabbricazione e installazione degli impianti; un quarto per la progettazione e per il marketing; e soltanto uno su 10 si è trasformato in un lavoro permanente per la gestione e la manutenzione delle fonti energetiche rinnovabili.
Inoltre ognuno di questi posti di lavoro “verde” è costato qualcosa come 571.138 euro, cifra che sale addirittura a oltre un milione di euro nell’industria eolica. In totale, in otto anni le fonti rinnovabili hanno ottenuto sussidi che sfiorano i 30 miliardi di euro.
Calcolando sia i mancati investimenti in altri settori dovuti al dirottamento dei fondi statali sulle fonti rinnovabili sia la produttività di questi altri settori per unità investita, lo studio calcola in 113mila i posti di lavoro distrutti dalla scelta del governo spagnolo: in pratica tra il 2000 e il 2008 la Spagna ha distrutto 2,2 posti di lavoro per ogni posto creato nell’industria “verde”.
Una ulteriore conseguenza è stato il drammatico aumento del costo dell’energia, che si ripercuote negativamente anche sull’efficienza delle infrastrutture elettriche convenzionali. Ma lo studio dimostra che per poter sanare il debito pubblico causato dagli investimenti nell’energia rinnovabile, la bolletta dovrebbe essere aumentata del 31%. I cittadini spagnoli perciò devono aspettarsi o l’aumento della bolletta o l’aumento delle tasse o una combinazione delle due.
In ogni caso l’aumento dei costi energetici e il peggioramento dei servizi stanno già producendo la fuga di grosse industrie, i maggiori consumatori di energia. Lo studio presenta il caso di Acerinox, un gigante dell’industria siderurgica che nel 2004 ha bloccato il programma di espansione in Spagna proprio a causa della politica energetica del paese iberico, così che gli impianti previsti sono stati invece costruiti negli Stati Uniti e in Sudafrica.
Ultimo dato da mettere in rilievo è la “bolla” speculativa che tale investimento ha generato. I massicci sussidi statali hanno reso infatti convenienti gli investimenti dei privati nelle energie rinnovabili, tanto che molte compagnie si sono buttate in questo settore. Ma in un periodo di crisi dove è difficile per lo Stato mantenere un tale livello di costi, le compagnie create per lucrare nel settore delle rinnovabili sono destinate al collasso. Con conseguenze facilmente immaginabili.
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