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« Torna agli articoli di Silvio Brachetta

Si sta trascinando, da diverso tempo, un malinteso evidente sull'opera di Dio e sulla missione della Chiesa. Si tratta di questo: è vero che per avere il peccato mortale ci vuole la materia grave, la piena avvertenza (ragione) e il deliberato consenso (volontà), ma non è affatto vero che ragione e volontà siano danneggiate a tal punto dal peccato originale, da rendere impossibile l'osservanza del Decalogo. In altre parole, nella maggior parte dei casi, un fedele ha sempre integre ragione e volontà. O, almeno, non corrotte al punto da non potere, con l'aiuto della grazia, evitare il peccato mortale.
NON UN PRETESTO PER CONTINUARE A PECCARE
A questo proposito, il Dottore della Chiesa Sant'Alfonso Maria de' Liguori, nel suo libro Regole di spirito scrive che, «col divino aiuto, ben può ciascuno sfuggire qualunque colpa deliberata, cioè commessa con piena avvertenza e consenso». E aggiunge: «e così han fatto i santi». Non è lecito a nessuno trasformare la sovrabbondanza di misericordia di Dio nel pretesto per continuare a peccare, soprattutto dopo l'ammonimento che il fedele (chierico o laico) è tenuto a dare al fratello peccatore.
L'opera di Dio e la missione della Chiesa è - com'è noto - la restaurazione della natura umana ferita dal peccato originale, per cui l'uomo possa salvarsi e conoscere la verità. Così, infatti, San Paolo descrive la volontà divina: Dio vuole che «tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità» (1Tim 2, 4). Non ha significato, dunque, in presenza della materia grave, aspettare che il peccatore giunga, dopo breve o lungo tempo, alla piena avvertenza del male e alla revoca conseguente del proprio consenso. La Chiesa, infatti, esiste per avvertire immediatamente del pericolo di dannazione e non solo per attendere il discernimento futuro del peccatore.
La dottrina sulla piena avvertenza e sul deliberato consenso è un'ancora di salvezza a posteriori - e su questo poggia il malinteso - non una condizione da accettare a priori, di cui la Chiesa dovrebbe solo prendere atto. L'opera di Dio, cioè, poggia fiduciosa (Dio ha stima dell'uomo) sulla ragione e sulla volontà umane e, in quanto corrotte, sulla loro riparazione. L'opera di Dio non può essere quella di lasciare le facoltà umane corrotte o inutilizzabili. Se Dio dà una mano, questo non significa che all'uomo sia lecito prendersi tutto il braccio.
DOVE INIZIA IL PECCATO MORTALE
Quanto all'adulterio, ad esempio, la materia grave non comincia dal tradimento della propria moglie, ma da un semplice sguardo sconveniente: «chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore», dice Gesù in Mt 5, 28. È certamente vero che il peccato mortale si consuma solo se c'è l'avvertenza e il consenso, ma il penitente non è tale se non fugge subito la tentazione. Il penitente cioè non deve aspettare che gli venga svelato il mistero del sesso per fuggire dalla tentazione. È proprio la Chiesa che dovrebbe insistere su questo punto.
Ma oggi la Chiesa spesso non insiste, poiché sembra quasi persuasa che la maggior parte degli uomini sia affetta da ignoranza invincibile. Non è proprio così. San Tommaso d'Aquino, nella Summa, paragona l'ignoranza invincibile a quella di un pazzo o di un demente che, se fornicasse, non commetterebbe né peccato veniale, né mortale (I-II, q. 88, a. 6). Se però - dice il Dottore - «l'ignoranza non è invincibile, allora essa stessa è un peccato e implica una mancanza di amore verso Dio». Il credente, infatti, è tenuto a «imparare le cose atte a conservarlo nell'amicizia di Dio».
Non è invece tenuto a temporeggiare, come pure la Chiesa non è stata istituita per l'inerzia, ma per la predicazione attiva della verità.
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